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Ileana Meriggioli: «All’Arena quella volta sotto la pioggia»

Ricordi e aneddoti dei trent’anni di carriera della soprano triestina

2 minuti di lettura

Un incontro casuale lungo quell'itinerario che, prima del neologismo “zona pedonale”, si chiamava liston, ed è capitato d'imbattersi in una fisionomia inconfondibile. Una riapparizione dopo decenni. Sì, è proprio lei, il soprano triestino Ileana Meriggioli. Pochi convenevoli e da subito scatta l'amarcord.

«Da poco tempo ho preso casa da queste parti, in pieno centro. Ho lasciato la mia dimora a Duino, c'era una vista magnifica ma era grande per me sola e richiedeva troppe cure», racconta. Lo farà anche al pubblico, martedì, alle 17.30, al Circolo delle Assicurazioni Generali in piazza Duca degli Abruzzi 1, nell’incontro curato da Liliana Ulessi.

Allora capiterà di vederci a qualche concerto, a teatro...

«Per la verità esco di rado. Sono stata sottoposta ad un intervento chirurgico e in mezzo alla gente soffro qualche disagio. Mi si dice sia di origine psicologica e quindi spero di superarlo».

L'eloquio è invece sempre lo stesso, fresco e pimpante....Cosa si porta dietro della sua esperienza? Nostalgia, ricordi piacevoli, rimpianti?

«Una carriera lunga trent'anni eppure passata in un lampo. Col senno di poi, avrei dovuto usare più accortezza, badare più ai miei interessi. Invece sono scivolata leggera in un mondo che sa essere, me ne sono accorta dopo, anche spietato. Fra gli sbagli figura quello di non essermi mai avvalsa di un'agenzia, di un'opera di mediazione, per cui a ogni ingaggio ero costretta all'audizione preliminare. Un assurdo....».

Ci sarà pure stato qualche eccezione, qualche incontro positivo all'interno di questa fossa di serpenti....

«Sì, certo, tante persone magnifiche cui serbo gratitudine. A partire dei miei insegnanti, per il pianoforte Mercedes Gulli, per il canto al Conservatorio Luciano Donaggio, che mi hanno aperto le strade della musica. Eppoi Luigi Toffolo, uomo complicato ma maestro inarrivabile, a tutto tondo, cui la città intera dovrebbe riconoscenza. Fu lui ad indicarmi quel giardino delle meraviglie che è il Lied, ne conosceva tutti gli anfratti. Mi affidò i "Vier letzte Lieder" di Richard Strauss e con essi avvenne la mia prima apparizione importante con orchestra. Poi prese a seguirmi per mezza Europa, prodigo di consigli, persino stressante con le sue fissazioni sul diaframma, sulla respirazione... Ho partecipato a una delle sue serate più gloriose, quando diresse i complessi del nostro Teatro nel Requiem di Verdi in una piazza gremitissima a Pirano per il bicentenario di Giuseppe Tartini, anno 1970, solisti la Barbieri, io, Bottion e Giaiotti. Tutti emozionati, ma lui in estasi...».

Ripensando al suo debutto, verrebbe da dire che è avvenuto al di fuori dell'usuale, ovvero senza la rituale gavetta.

«Sarà, ma in parte. Intanto ho fatto i miei bravi concorsi, con primi premi fra l'altro a Ginevra e al Viotti di Vercelli; finalista persino al concorso “Voci verdiane” di Busseto, un'anomalia per una liederista. A furia di frequentare il settore da camera, l'emissione mi si rafforzò e la vocalità divenne importante. Ad accorgersene fu il sovrintendente Antonicelli dopo un concerto al Verdi in cui interpretai la Cantata di Debussy “Enfant prodigue”, un'altra chicca scovata da Toffolo. Mi chiamò e mi offerse il ruolo di Elsa nel “Lohengrin”, opera conclusiva della stagione 1964-65».

A quei tempi si cantava Wagner in italiano....

«Sì, ed era un bell'impiccio in meno. A quel “Lohengrin” seguì in italiano un “Vascello fantasma” a Bergamo. Bei tempi, in cui nessun regista si sognava di sovvertire assunto e libretto. La prima volta che m'imbattei in qualche audacia registica fu alla Scala con Strehler che mi fece entrare in scena in bicicletta... Due mesi di prove per quelle “Tre melarance” di Prokofiev, direttore Abbado».

Chissà quanti altri ricordi, circostanze più o meno fortunate...

«Non mi cullo di rimembranze, ma ricordo l'entusiasmo di certe platee, a San Paolo in Brasile per “Trovatore”, a Tolosa per “Don Carlos”. E la suggestione di un “Otello” a Palazzo Ducale, l'ultimo perchè le Belle Arti poi misero il veto all'utilizzo per spettacoli di quel cortile prestigioso. Fra le “pégole” citerei quella con Karajan che mi ascoltò a varie riprese, intenzionatissimo d'inserirmi stabilmente alla Staatsoper per il repertorio italiano. Stavo per firmare i contratti, quando non trovò di meglio che litigare con l'apparato viennese e fece le valigie per Berlino. Fra le “comiche” ricordo un “Ballo in maschera” con Pavarotti all'Arena di Verona. Fra tuoni e fulmini arrivò il mio momento, l'attesa romanza di Amelia, ma cominciarono i primi goccioloni. Cantai imperterrita, pur sentendo la musica assottigliarsi via via: erano i componenti dell'orchestra che scappavano uno ad uno.... Alla fine applausi, “Brava! brava!” Eravamo in due, io e sul podio De Fabritiis.....»

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