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Alex ucciso dal "Cartello" del Golfo del Messico

Finito per uno sgarro in mezzo a una guerra tra trafficanti. A Mazunte nessuno parla, hanno paura

2 minuti di lettura

L’esecuzione di Alex Bertoli, il cuoco triestino di 28 anni, torturato e bruciato vivo a Mazunte in Messico ruota attorno a una banda di delinquenti locali legati al cosiddetto Cártel del Golfo, il cartello della droga con base a Matamoros a migliaia di chilometri di distanza, operante in diverse regioni del Paese, tra le quali Nuevo León e Michoacán. È una sorta di esercito “privato” che, secondo fonti diplomatiche, starebbe impossessandosi del territorio di Oaxaca, dove appunto c’è il piccolo paese di Mazunte. In pratica - sempre secondo gli osservatori stranieri - i grandi trafficanti avrebbero puntato alla costa del Pacifico per fare transitare più agevolmente i flussi di armi e droga destinati agli Stati Uniti. E per dimostrare un efficace controllo del piccolo territorio dove sorge il paese di Mazunte che non è più grande di San Dorligo o Doberdò, tanto per fare un esempio locale, non hanno esitato a dare - con l’esecuzione di Alex - segni concreti del loro potere. Questo per dare un esempio a chi vive lì.

Questa è ritenuta qualcosa di più di un’ipotesi. È sostanzialmente la base di un’indagine che, da quanto appreso, desta un certo imbarazzo soprattutto da parte delle autorità locali impegnate nella valorizzazione dal punto di vista turistico di quel territorio: per quattro giorni hanno tenuto “top secret” la notizia dell’omicidio del cuoco italiano. Insomma, secondo le indagini della polizia che comprensibilmente non possono essere semplici, tutto potrebbe essere nato da un sgarro o da un piccolo debito non onorato. Lo “strozzino” del paese dove, come spiega una persona ben informata, «si conoscono tutti», potrebbe aver deciso di chiedere aiuto a un commando di «giustizieri». I quali, dopo l’ok dei capi, hanno provveduto nel modo più crudele e feroce. «È una situazione delicata che temo sia ostacolata anche dalla politica interna del luogo», commenta a denti stretti un diplomatico italiano da molti anni in Messico. Come dire: Alex è stato barbaramente ucciso in un luogo dove tutti sanno tutto di tutti, ma nessuno parlerà mai per paura. E il motivo potrebbe essere proprio quello del Cártel del Golfo. Una prova indiretta è costituita dal fatto che il 29 dicembre 2011 era stata ammazzata una donna canadese assieme al suo compagno messicano. I loro corpi erano stati seppelliti nei pressi della spiaggia di Punta Arena, vicino a Mazunte. Ma le autorità locali ne hanno parlato solo un anno dopo quando gli autori sono stati catturati dopo un’intensa pressione dei media locali e internazionali.

Che la situazione sia complessa lo si intuisce anche dalle parole di Pamela, 24 anni, la moglie di Alex. «La mia testa e il mio cuore stanno scoppiando», ha scritto disperata ieri mattina su Facebook. E sempre sul social network in molti le scrivono di tornare al più presto in Italia a casa perché temono che lì, in Messico, la sua vita e quella di sua madre Patrizia Vianello (arrivata ieri mattina da Venezia) non siano più sicure. Contro chi aveva ingenuamente reagito Alex per scatenare tanta violenza? E poi anche Pamela potrebbe sapere qualcosa... «Non si può escludere nulla», replica il diplomatico. Altro non dice.

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