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Addio ad Alma Dorfles, signora di cultura

Fu tra le fondatrici della “Cantina” e dell’”Officina”, associazioni di teatro, musica e cinema

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Avrebbe presto compiuto 100 anni, Alma Dorfles se n’è andata un poco prima, avvolta nel silenzio protetto della sua casa di via Cicerone. Proprio all’inizio di quest’anno il Museo teatrale “Schmidl” aveva dedicato un ricordo a una delle più singolari, interessanti e feconde iniziative culturali cui la Dorfles con altre amiche aveva dato vita alla fine degli anni ’50 e per un ventennio, “La cantina”, lanciando a Trieste il teatro d’avanguardia europeo, con la collaborazione di Marcello Mascherini come scenografo e avendo fra gli attori ospiti un giovane Gian Maria Volontè. Era la traduzione colta, moderna, elitaria, privata, giocosa del “salotto” femminile.

Moglie dell’avvocato Giorgio Dorfles, che aveva sposato nel 1938, Alma era dunque cognata del critico d’arte e pittore Gillo Dorfles, il “giovanissimo” centenario che molto ha sempre frequentato la casa del fratello nelle sue puntate a Trieste. Ma era anche dalla sua famiglia “mitteleuropea” d’origine, di cui era estremamente fiera, che Alma aveva ricavato salde radici e indicazioni di vita, oltre che i luminosi occhi azzurri. La madre, Maria Vittori, di Gradisca, aveva studiato alla scuola per damigelle d’onore a Vienna, in pieno coté “imperial-regio”. Il padre Piero Fragiacomo, di Pirano, era stato capitano di lungo corso della Marina austriaca. Ma la cosa più strana, e più giustamente memorabile in famiglia, era che il capitano Piero fedelissimo dell’impero “Ka und Ka” venne scelto come modello per il “Marinaio d’Italia” che svetta sul Faro della Vittoria a Trieste. Più che il colore delle mostrine aveva contato l’amicizia con l’architetto Arduino Berlam.

«Da questa famiglia mia madre aveva tratto coraggio, fierezza e rigore morale» ricorda la figlia Giorgetta, scrittrice e fotografa. Alma lascia anche il figlio Piero, programmista di Raitre (“Per un pugno di libri”). La cultura nelle sue varie radici e sfaccettature è stata e rimane la cifra di famiglia. Nel 1957 Alma e un gruppo di sole donne a propria volte scrittrici e artiste (Lina Galli, Nera Gnoli Fuzzi, Valeria Bombaci, Lina Sardi) fonda nel salotto di Hansi Cominotti un’associazione che poco dopo troverà sede in una “cantina” al numero 41 di via Torrebianca, da cui il nome, trasferendosi poi in una ex “stalla” di via Matteotti. Il gruppo produce, anche con gli attori del nascente Teatro stabile, l’avanguardia teatrale europea: Genet, Ionesco, Beckett, Vian, Pinter, Jarry. Nel 1977 l’esperienza si chiude ma con Alma Dorfles (che ne sarà anche presidente) e Stefano Jesurun, nonché Giuliana Carbi (galleria d’arte Studio Tommaseo) ne genera nel 1981 un’altra, “L’officina”, che sarà un fuoco d’artificio su musica, letteratura, architettura, cinema, mostre, sempre alla ricerca del nuovo o intenta al recupero di “chicche” antiche. Dall’”Officina” prenderà a propria volta vita “Trieste contemporanea”, tuttora attiva, e con grande apertura internazionale. Mentre il Teatro stabile La contrada, quando inaugura la scuola di teatro per giovani, afferma di richiamarsi proprio alla famosa “Cantina”.

Nel 1984 Alma Dorfles dona al Museo teatrale Schmidl tutto il suo prezioso archivio (su questi materiali il museo lo scorso gennaio ha fatto una conferenza illustrativa). Solo due anni prima aveva scritto il suo unico, delicato libro: “Vita di stelle e altre vite” (Italo Svevo). (g. z.)

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