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Farassino, la Casa del cinema nacque con lui

Dieci anni fa moriva il critico e docente universitario, che raccontò Trieste e la sua settima arte dalle pagine di “Repubblica”

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Di lui si è scritto: se cominci un suo pezzo, lo leggi fino alla fine. Alberto Farassino, uno dei protagonisti della critica cinematografica italiana, firma indimenticabile di “Repubblica”, moriva prematuramente dieci anni fa (il 31 marzo) portandosi dietro di sicuro una valigia di ricordi e di volti triestini, suoi amici o studenti per sempre. Milanese, a Trieste aveva insegnato dal 1976 per vent’anni, conquistando 32enne l’insegnamento di Storia del Cinema più “antico” in Italia, avviato da Tino Ranieri e consolidato da Lino Micciché. A Trieste, città di confine per eccellenza, aveva rafforzato quel suo desiderio di ricerca fino ai confini del cinema, perché i suoi interessi (che pure partivano dal cuore dei classici) esploravano poi gli aspetti più periferici della settima arte, gli autori più sperimentali, i generi e i filoni ai margini.

Per un paradosso simile a quelli che lui amava sottolineare nei film, a questa cattedra “antica” Alberto era arrivato scrivendo un saggio sul cineasta “moderno” per eccellenza, Jean-Luc Godard. E proprio sulla modernità (e sul parallelo svecchiamento della critica, tra filologia e semiologia) aveva costruito la sua singolare identità intellettuale, tanto da essere oggi riconosciuto come la voce più autorevole (con Giovanni Buttafava) della sua generazione.

Tanto per cominciare, il primo corso universitario triestino (1976-77) lo aveva dedicato a un altro autore controverso, Giuseppe De Santis, il regista insieme più comunista e più “americano” del Neorealismo (non a caso amico del nostro Cosulich). E già nel gennaio ’76, in una delle sue prime corrispondenze corsare per la neonata “Repubblica”, da Savona Farassino aveva subito raccontato l’omaggio al misconosciuto re del melodramma Raffaello Matarazzo. Una retrospettiva che fu una svolta, il primo raduno della “giovane critica” con in prima fila i triestini Sergio Grmek Germani e (l’adottivo) Marco Giusti.

A “Repubblica” all’epoca era Tullio Kezich il primo critico. Alberto era “il secondo”, ma era soprattutto un’altra cosa, splendidamente complementare, svariando con scritti di difficile classificazione, sfornati con incredibile, generosa prolificità e con un ineguagliabile mix di profondità e nonchalance.

Nel frattempo, all’Università di Trieste, Facoltà di Lettere, a settimane alterne Farassino incrociava Claudio Magris e Gillo Dorfles, professori ma anche “firme” culturali del “Corriere”. Alberto si aggiungeva così naturalmente a quello stuolo di intellettuali legati alla nostra città, che negli ultimi decenni ha raccontato Trieste sui due maggiori quotidiani nazionali, prolungandone il mito di “città di carta”: Magris, Dorfles, Kezich, e poi Pressburger, Rumiz, Covacich. Ennesimo paradosso di una città sempre periferica nella realtà, ma sempre centrale nell’immaginario culturale (il film di Elisabetta Sgarbi ne è l’ultimo esempio).

Fedele alle proprie corde, Alberto su “Repubblica” di Trieste scovava ed esportava l’anima eccentrica. Nel febbraio ’78 fa scoprire la cineteca di Diego de Henriquez, il nobiluomo di origine spagnola morto in un incendio nella bara dove dormiva. Ma di Trieste Farassino racconta soprattutto la fantascienza, a cui qui (grazie al festival) si avvicina in maniera decisiva. Nel luglio ’76 parla della rassegna Fant’Italia. Nel giugno ’77 organizza un grande convegno sul genere. Nel luglio ’78 registra il declino del festival. Ma poi, nei primi anni 2000, farà in tempo a promuoverne e descriverne la rinascita “postmoderna”, con l’apertura verso altri linguaggi. Nel frattempo, nell’84, aveva scritto per “Repubblica” un memorabile saggio in tre puntate sui film tratti o ispirati da Orwell (“1984: utopia e catastrofe”).

Ma del flusso di scritti farassiniani si sono giovate tutte le cinerassegne regionali, promosse sul nascere. “Le Giornate del cinema muto di Pordenone sono una manifestazione seria e scrupolosa”, scrive nell’84. Nel ’90, per Alpe Adria Cinema intervista a tutta pagina Klaus Maria Brandauer al debutto da regista. E un’altra pagina la dedica nel ’95 a Udineincontri (progenitore del Far East).

È naturale allora che proprio in questa regione ci si ricordi di più di Alberto. Il Cec di Udine ha realizzato nove anni fa la raccolta dei suoi “Scritti strabici” (a cura di Tatti Sanguineti con Giorgio Placereani). A Pordenone si tiene ogni anno il Premio Farassino per giovani aspiranti critici (ben 1800 nel 2012):l’11° edizione è stata appena varata e scade il 15 luglio. A Trieste tutti i festival che sono nati (casualmente?) durante i suoi tanti anni di insegnamento e di scrittura forsennata, si sono ora riuniti (grazie alla Provincia) in quell’iniziativa straordinaria che è la Casa del Cinema, che avrebbe entusiasmato anche uno come lui, sempre appassionato ma non facile agli entusiasmi esteriori. Quella Casa, diciamolo, è un po’ anche sua.

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