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Maxifurto a casa Antonini, un sospettato

Si tratta di un serbo che lavorava dall’avvocato come giardiniere. Secondo il sostituto procuratore Miggiani, avrebbe agito con una banda di Rom

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C’è un sospettato per il maxifurto messo a segno nella notte di Santo Stefano nella casa dell’avvocato Alfredo Antonini. Si chiama Darko Dordevic, 35 anni, cittadino serbo. I poliziotti della squadra mobile sono arrivati a lui dopo un’indagine non certo facile. Che tuttavia - al momento - non è riuscita a evidenziare quegli indizi sufficientemente gravi per consentire al gip Luigi Dainotti di disporre l’arresto come aveva chiesto il pm Antonio Miggiani. Che ha presentato ricorso al Tribunale dei riesame.

I sospetti gravi a carico del serbo che aveva lavorato come giardiniere e che è il marito della donna di servizio di casa Antonini (poi licenziata) fanno riferimento a una serie di intercettazioni telefoniche e ai tabulati del suo cellulare. Che, secondo la polizia, dimostrano l’esistenza di una serie di spostamenti compatibili con i tempi del furto che era stato messo a segno in collaborazione con una banda di Rom giunta quel giorno stesso a Trieste appositamente da Roma.

Dordevic nel pomeriggio del giorno di Santo Stefano aveva raggiunto al casello di Latisana il gruppo di rom per accompagnarli poi in via San Nicolò nei pressi della casa dell’avvocato Alfredo Antonini. Poi - sempre secondo la ricostruzione dell’accusa - l’ex giardiniere serbo aveva fornito loro una serie di informazioni indispensabili per il raid nel corso del quale sono state addirittura tolte dal muro, dove erano murate, due casseforti contenenti gioielli, documenti e denaro e altri oggetti di pregio, per un valore complessivo di oltre 150mila euro. I due forzieri erano nasccosti dietro ad armadi pesantissimi. Hanno portato le cassaforti fino sulla strada seguendo un percorso non certo agevole. Poi i malviventi sono spariti nella notte, forse utilizzando un furgone bianco che era stato notato nella zona.

I ladri hanno insomma agito a colpo sicuro con informazioni precise approfittando dell'assenza del proprietario che si trovava nella sua casa di Cortina per trascorrere le festività. Ma per entrare nell'appartamento i malviventi hanno seguito un itinerario che, secondo gli investigatori della Squadra mobile, era stato studiato a tavolino. Sono entrati dal parco del museo Sartorio, hanno scavalcato il muro e sono passati attraverso un accesso secondario che porta al confinante cortile dell'edificio preso di mira. Addirittura hanno camminato con le spalle al muro di cinta per non essere individuati dal sistema d’allarme del museo. Poi hanno scalato il muro del palazzo della famiglia Antonini arrivando fino al secondo piano. Non si sono diretti verso lo studio legale in cui l'avvocato riceve i suoi clienti: hanno puntato alle finestre - blindate - dell'appartamento. Una di queste (che era difettosa da tempo) è stata forzata facilmente, così i malviventi sono entrati nella casa. Secondo la ricostruzione degli investigatori della Squadra mobile, i malviventi hanno puntato subito al salotto, allo studio privato e alla camera da letto di Antonini. In ognuna di queste stanze c’era una cassaforte. Quella dello studio privato, che era murata e nascosta dietro a un mobile antico, è stata tolta dal muro a picconate. E così anche un altro forziere. L’ultimo invece è stati aperto pare con una certa facilità, forse anche perché si tratta di oggetti risalenti a molti anni fa. Ad accorgersi del furto era stata al mattino del 27 l'impiegata dello studio legale. Lo studio confina con l'appartamento e la segretaria, sapendo dell'assenza dell'avvocato, era andata a controllare la casa. La donna ha subito telefonato all'avvocato a Cortina. Sono sono scattate le indagini. Ora c’è un sospettato.

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