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Penco e la Trieste nemica del vescovo sloveno

Una nuova edizione del volume curato da Claudio Ernè e pubblicato da Comunicarte con trenta fotografie inedite

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All’ombra di sei bandiere. Quella asburgica, quella italiana con lo stemma dei Savoia, quella del Reich di Hitler, e poi quella bianca rossa e blu con la stella di Tito, affiancata dall’Union Jack dei britannici e dalle stelle e strisce degli americani, vincitori del secondo conflitto mondiale. Francesco Penco, al quale è dedicato questo libro, ha fotografato Trieste e i triestini mentre sventolavano queste bandiere che sancivano il progressivo mutare del nostro territorio. Le sue prime immagini sono state realizzate nel 1902, quando raccontò con l’obiettivo della sua fotocamera a lastre la strage dei fuochisti dei Lloyd austriaco e degli altri scioperanti compiuta dall’esercito di Francesco Giuseppe. Le ultime immagini sono state realizzate negli Anni Cinquanta da Gisella Mauri e Augusto Zullich che gestirono al numero 14 di Corso Italia lo studio di Penco, morto il 29 dicembre 1950: aveva 79 anni e non aveva mai smesso di lavorare.

“Francesco Penco fotografo”, il volume curato da Claudio Ernè, esce nella nuova edizione Comunicarte, riveduta e ampliata con trenta foto inedite rispetto a quella uscita nel 2009 e contribuisce a ricomporre l’enorme mosaico dell’attività di un autore totalmente dimenticato dall’asfittico orizzonte della storia della fotografia. Si è spezzato l’incantesimo di più di mezzo secolo di oblio, si è rimessa in moto la macchina del tempo. Ritornano così alla ribalta vie, monumenti, scafi, palazzi, gruppi familiari e scolastici, attivisti politici. Ma si ricompone soprattutto l’immagine della Storia.

Tra le nuove immagini spiccano quelle della Cattedrale di San Giusto, ripresa anche all’interno, e un’inedita visione delle torre del Lloyd a cui la prospettiva scelta dall’autore affianca l’enorme gru “americana” acquistata nel 1910 per poter costruire al cantiere San Marco le nuove corazzate monocalibro della classe Viribus Unitis. L’Impero si stava armando. Altrettanto facevano le altre potenze europee in una corsa che di lì a poco avrebbe portato alla Grande guerra e a milioni di morti. Un’immagine realizzata da Penco all’interno del palazzo vescovile di Cavana ha consentito a Ernè di riportare sulla ribalta la vicenda di Andrea Karlin, vescovo di Trieste dal 1911 al 1919. Fu l’ultimo presule di origine slovena e già al momento del suo insediamento, il 6 febbraio 1911, la nomina fu contestata dagli irredentisti. «Lo scontro divenne ancora più esplicito il 9 aprile - scrive Ernè – quando Karlin predicò il lingua slovena nella chiesa di Sant’Antonio. Il “Il Piccolo” pubblicò una nota violentissima in cui il vescovo veniva definito “uno slavo nominato a Trieste, parla prima da slavo che da vescovo della città, perché così vuole la causa nazionale che egli sostiene».

Ma non basta. Il generale Carlo Petitti di Roreto, primo governatore militare di Trieste, il 14 dicembre 1918, pochi giorni dopo l’entrata delle truppe italiane in città, inviò a Roma un telegramma alla Presidenza del Consiglio dei ministri: segnalava il comportamento di Andrea Karlin “non allineato alla nuova situazione politica”. Pochi mesi dopo il vescovo fu aggredito dai più turbolenti esponenti dell’irredentismo triestino e costretto a presentare le proprie dimissioni. Era il 15 dicembre 1919 e il fascismo stava vincendo.

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