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Quegli inediti di tutta una vita esposti ai Tre Oci di Venezia

Dal primo febbraio si potranno ammirare 140 immagini sconosciute del grande fotografo Gianni Berengo Gardin

3 minuti di lettura

di Paolo Coltro

Denis Curti è uno tosto. Fotologo, critico, direttore dell'agenzia Contrasto, immagini a colazione, pranzo e cena, forse anche popolano i suoi sogni. Ma con quale mix di apprensione, curiosità, attesa ha salito quei gradini che portano allo studio di Gianni Berengo Gardin, ultimo piano di un palazzo storico a Milano: i gradini più leggeri della sua vita. Su, l'antro ordinatissimo, il sancta sanctorum che farebbe felici decine di musei, un milione di fotografie tutte catalogate. In mezzo, un folletto di ottant'anni con la barba bianca da folletto, il fisico da folletto, i guizzi di fantasia di un folletto, e la mente di un computer: Berengo Gardin. Da quello studio è uscita la mostra che si spiega ora alla Casa dei Tre Oci a Venezia. Le mostre di Berengo Gardin fanno sempre notizia, inevitabilmente eventi. Questa ancora di più, perché queste 140 immagini non sono mai state esposte: molte sono conosciute e pubblicate, ma in una mostra mai, è la prima volta che si vedono stampate, sono fotografie dal vero.

Dice Denis Curti: «Abbiamo lavorato su alcuni tavoloni, cercando le foto per grandi tematiche. Abbiamo guardato cinquemila stampe». Scommettiamo che non ci si fa l'abitudine, che si perde la testa a decidere questa sì questa no. Curti: «Gianni sa tutto, si ricorda tutto, precisissimo, ha scelto, ha deciso, eravamo in mezzo all'archivio e lui si muoveva come un orologio». Berengo Gardin ha tenuto tutto scrupolosamente: i negativi, i provini a contatto, e un numero impressionante di stampe: allineate nelle vecchie scatole Ilford della carta fotografica, con le date e i luoghi, e lui va a colpo sicuro. «Ogni volta che apriva una scatola partiva una storia. Ho assaporato fino in fondo il piacere dello scopritore» dice Curti: sotto gli occhi gli scatti inediti, quelli riservati alla memoria dell’autore, quelli non consumati da milioni di visioni (ma non si consumano, si lucidano), quelli che significano oltre la loro età. Li vedremo, in quei formati che danno la misura del pensiero di Berengo Gardin: moltissimi 30x40, molti 50x70; solo otto 70x100. «Solo otto» racconta Curti «e ho dovuto lottare a denti stretti per convincerlo, non voleva». Berengo Gardin non urla, non esagera, né quando fotografa né quando stampa.

Ci sono corde che vibrano ancora, a mesi di distanza, dentro Curti, che naturalmente conosceva Berengo Gardin a memoria: «In quell’archivio mi ha accompagnato in ogni momento il sentimento dello stupore». Quasi quasi ci vien voglia di non anticipare nulla, di aspettare anche noi lo stupore. Ma di una mostra bisogna pur dire qualcosa, solo qualcosa. Ci saranno scatti di Venezia, città che Berengo ha abitato e amato e che non esce dalla sua testa nemmeno dopo i decenni a Milano: «Con questa mostra sono tornato a sentirmi veneziano». E progetta di trovarsi una casa, di tornare alle atmosfere di un tempo. Ancora sulle 140 foto esposte: ci sono scatti del tempo che fu, ma che visti oggi prima che siano storicizzati dalla memoria collettiva, esplodono nella loro freschezza. Perché, ed è il Curti critico che parla, «le immagini di Berengo non sono documentarie, sono un racconto, lui ha una capacità narrativa straordinaria. Non è mai stato un fotografo “di giornale”, nel senso comune del fotoreporter. Le sue sono immagini da terza pagina, una è come se fosse un articolo completo. In una parola, sono fotografie assolute». Lì dentro, in quei bianchi e neri che a prima vista sembrano semplici semplici, c'è tutto: la notizia, la riflessione, il commento, e su tutto la bellezza. Ma anche più di questo: la capacità di Berengo di comunicare sentimenti è stupefacente, risultato di un'incredibile spontaneità, che è innanzitutto del fotografo, e insieme del soggetto. L'ha chiamato anche Renzo Piano, per fare foto di architettura che non sono di architettura: «Lì si vede la "quantità umana" di cui è capace Berengo». Cosicché stando dentro al reale, un reale addirittura in bianco e nero, le fotografie di Berengo raggiungono «un valore simbolico altissimo». Alcune sono diventate icone, ma forse sarebbe meglio definirle parabole.

L'unica regola ci pare la testa di Berengo. Insomma, non solo l'occhio, la sensibilità, la prontezza del cogliere: ma tutto questo governato, in una frazione di secondo, dalla "ratio". Che è quella che vede prima non tanto il risultato estetico, ma il significato. Mica facile: sarà per questo che di fotografi così ne nascono un paio ogni cent'anni.

Si sa che è un irriducibile dell'analogico, che il suo elemento è il bianco e nero. Sembrerebbe un monumento al passato: ma andate a guardare su facebook, ha una pagina con migliaia di fan, stragrande maggioranza giovanissimi.

Ma Berengo non vive di vanagloria. A Venezia ci saranno delle foto di Franco Basaglia, fondamentali anche per la battaglia civile che fece lo psichiatra veneziano: «Ne bastano tre», ha deciso Berengo. Aneddoti così ci fanno intuire che ai Tre Oci non saranno solo foto mai viste dal vero, e anche inediti, ma ci sarà il meglio che non ci aspettiamo. Inutile dire: Berengo lo conosciamo. Così no. Siamo in territorio nuovo: non quello delle centinaia di mostre nei più famosi musei del mondo, non quello della celebrità che raggiunge la quotazione di 30 mila euro da Christie's, non quello dei 200 e passa libri fotografici pubblicati. Questa è la volta di 140 piccoli-grandi segreti d'archivio.

Siamo nel territorio dello stupore atteso.

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