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Stop alla terapia di Celeste Il ministero: «È pericolosa»

L’Istituto superiore di Sanità contesta la cura di Andolina e della Stamina E il pm Guariniello denuncia uno studio a San Marino «per sfuggire ai controlli»

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ROMA. La terapia a base di cellule staminali della Stamina Foundation rischia lo “stop”. Dopo mesi di polemiche, permessi negati o revocati, pazienti disperati e medici impossibilitati ad agire, il governo sembra aver deciso. Per il peggio, soprattutto per i tanti pazienti che a certe cure avevano delegato le loro stesse capacità di sopravvivenza.

Di ieri la prima mazzata. «La terapia della Stamina Foundation di Daniele Vannoni e del triestino Marino Andolina, ex coordinatore del Dipartimento trapianti adulti e pediatrico all'Irccs Burlo Garofalo di Trieste, rischia di comportare «gravi rischi per i pazienti»: sta in questi termini la relazione degli esperti dell’Istituto superiore di Sanità e dell’Agenzia del Farmaco (Aifa), inviata al ministro della Salute Renato Balduzzi, che in pratica boccia il trattamento. La scelta, anticipata da «La Repubblica», ha trovato conferma nello stesso direttore del centro nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa. La Commissione ha esaminato in 40 pagine il protocollo, i laboratori e i campioni usati per i trattamenti dopo che la terapia era finita al centro di una serie di vicende giudiziarie ed era stata messa sotto inchiesta dal procuratore torinese Raffaele Guariniello.

Come si ricorderà il primo stop del trattamento aveva suscitato nella passata estate un’ondata di indignazione, anche perchè risultavano coinvolti tre bambini: Celeste di Venezia, Smeralda di Catania e Daniele di Matera, seguiti tutti agli Ospedali Civili di Brescia. C’erano voluti dei provvedimenti giudiziari ad hoc per permettere ai medici di continuare la terapia che adesso viene sconfessata dagli esperti nazionali. Nella relazione, infatti, non si nasconde la perplessità per i metodi usati nei protocolli. Si attendeva anche il parere di un’altra commissione composta da esperti come Angelo Vescovi, Bruno Dallapiccola, Rosaria Giordano, Massimo Dominici e Alessandro Rambaldi oltre a studiosi dell’Aifa, dell’Istituto superiore di sanità del centro nazionale trapianti e del ministero, ma non è mai arrivato, per un motivo semplice: composta nello scorso settembre, la commissione non si è mai riunita.

La terapia staminale, in realtà, ha vissuto di più negli ambienti giudiziari che in quelli sanitari. Dopo il via libera arrivato da due giudici Vannoni e Andolina hanno dovuto confrontarsi col Tar, prima di trovare alfine accoglienza in una stanza nell'Asl "Spedali civili" di Brescia, peraltro non rimasta impunita, tanto che il ministro della Salute Balduzzi aveva fatto partire un’inchiesta.

L’ultima relazione della Commissione ministeriale redatta da uno dei massimi esperti di biologia delle cellule staminali in Italia, Massimo Dominici, taglia la testa al toro. E alle cure. Arriva persino la “scomunica” europea. Nanni Costa, dell'Iss (e presidente del Comitato trapianti del Consiglio d'Europa), sostiene che «il metodo Stamina è pericoloso per la salute perché a volte ai pazienti è inoculato materiale biologico prelevato dallo stesso malato. Ma altre volte vengono iniettate cellule prelevate da terze persone, con il rischio di contagio batterico e virale che ciò comporta». Pollice verso anche sulla preparazione dei preparati, definite «grossolane, con errori marchiani, e del tutto fuorilegge. I laboratori sono in luoghi non adatti. Sui vasetti che conservano i tessuti prelevati ci sono etichette scritte a matita, per lo più incomprensibili».

Secondo la commissione, inoltre, le cellule possono avere «effetti collaterali imprevisti» e non esiste traccia delle loro ricerche nelle pubblicazioni scientifiche. Il procuratore Guariniello, dovrebbe ora rinviare a giudizio i 12 indagati che avevano proposto le loro cure a una settantina di persone. Sconcertante il rapporto sul laboratorio torinese delle cellule staminali di Vannoni, Andolina e soci. «Era ricavato - scrive Guariniello - in uno scantinato abusivo gestito da due ucraini». Ma si avvalevano anche di un altro scantinato nella repubblica di San Marino «nell'intento palese di sfuggire ai controlli delle autorità italiane».

Dopo il caso Di Bella, parzialmente riabilitato di recente, almeno un po’ di sana prudenza si impone.

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