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La Trieste in bianco e nero di Ugo Borsatti FOTO

Era il settembre del 1952 quando il fotoreporter aprì il suo studio in via Ginnastica. Celebri molti scatti, l’archivio dichiarato di interesse storico dai Beni culturali

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Davanti al suo obiettivo sono passati centinaia di volti, comuni e anche famosi: personaggi della politica, dello sport, dello spettacolo e della vita culturale della città. Ma ha anche documentato in prima persona i tragici fatti che precedettero il ritorno di Trieste all’Italia.

 È un’attività iniziata sessant’anni fa, esattamente il primo settembre del 1952, quella di Ugo Borsatti, classe 1927, che può ben definirsi l’ultimo grande fotoreporter triestino della seconda metà del Novecento ancora oggi al lavoro. Una passione scoperta da giovanissimo, visto che anche il padre Romano, compositore e musicista, si interessava di fotografia.

 Ma prima di aprire la propria attività il giovane Ugo, conseguito il diploma di geometra, pratica mille mestieri: aiuto pesatore al mercato ortofrutticolo, rappresentante di commercio, segretario tesoriere dell’Associazione universitaria. Collabora anche con uno studio di architettura e con la Divisione lavori urgenti (la SeLaD). Più tardi passa all’ufficio comunale che rilascia le carte d’indentità e partecipa al censimento della popolazione di Trieste del 1951.

 In quello stesso periodo - periodo di forte crisi per la città - Borsatti decide di aprire un’attività da fotografo: ma bisogna attendere che la Questura liberalizzi la concessione delle licenze. Nel frattempo tutta la famiglia collabora al nuovo lavoro in partenza: così la stanza matrimoniale dei genitori diventa la prima camera oscura di Ugo. Ma grazie a una conoscenza della nonna materna, l’aspirante fotoreporter ha la possibilità di frequentare lo Studio Francesco Penco, uno dei più importanti della città, per prendere dimestichezza sia con le apparecchiature più antiquate sia con quelle, modernissime, di cui l’atelier è dotato. Un giorno - il 20 marzo 1952 - Borsatti è nello studio quando dal sottostante corso Italia si sentono grida e canti patriottici. Gisella Mauri, una degli eredi di Penco e amica della nonna paterna, invita l’allora "quasi" fotografo a scendere in strada con una Leica e documentare quanto succede: sono i primi moti di grande rilievo per il ritorno di Trieste all’Italia ed è la prima volta, forse, in cui si vedono poliziotti raccogliere le pietre lanciate dai dimostranti e rilanciarle al mittente.

 «Dopo quella esperienza - ricorda oggi Borsatti - finalmente arrivò la tanto sospirata licenza che mi permise di aprire la ditta individuale Foto Omnia nel settembre 1952, inizialmente in via della Ginnastica 44. L’apertura dell’attuale negozio risale invece al 1961».

 Fedele al nome della propria attività, Borsatti inizia a spaziare nel campo del fotogiornalismo, dallo sport alla cronaca, collaborando per molte testate fra cui Stadio, TuttoSport, Corriere dello Sport, il Corriere della Sera e RotoFoto di Fedele Toscani, padre del più famoso Oliviero. Segue anche le partite della Triestina e quelle di baseball; per circa vent’anni è il fotografo ufficiale del Gazzettino e del Messaggero Veneto.

 Molti gli scatti piacevoli da ricordare, ma ce ne sono tanti a rappresentare pur sempre un pezzo di storia della città. «Sono numerosi i ricordi della mia lunga carriera - prosegue il fotografo - ai quali sono particolarmente legato: tra questi i moti per il ritorno di Trieste all’Italia del novembre 1953 (durante i quali vi furono diversi caduti, fra cui il quattordicenne Pierino Addobbati), il bacio alla stazione fra un soldato americano in partenza e una "mula" triestina; e ancora il terremoto del Friuli del 6 maggio 1976».

 Nel 1998, dopo 44 anni, Ugo Borsatti conosce quel giovane soldato americano e quella ragazza triestina che tanti anni prima aveva immortalato in una foto divenuta celeberrima con la sua Rolleiflex. L’evento viene ripreso da diversi giornali a livello mondiale e i protagonisti vengono invitati in più d’una trasmissione Rai.

 Ma tante foto di Borsatti hanno fatto il giro del mondo, una per tutte quella nota come "Morte di un carrettiere". «Una domenica di gennaio del 1961 - continua Ugo - mentre andavo allo stadio Grezar per seguire l’incontro della Triestina, un uomo che spingeva un carretto nella galleria di Montebello venne urtato da una macchina e rimase ucciso. Io feci alcune foto per dovere di cronaca e qualche anno dopo Piero Racanicchi ne scelse una da esporre al MoMA Museum di New York per una mostra dedicata ai fotoreporter italiani». Nel 1995 i Beni culturali hanno dichiarato di interesse storico l’archivio, con circa 350 mila negativi, poi acquisito dalla Fondazione CRTrieste e ospitato ai Civici musei. Per i suoi sessant’anni di professione, Borsatti sta preparando un libro che con foto e testi racconterà la sua lunga attività.

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