Napolitano e Josipovic: la storia non divide più

In 6mila al concerto insieme ai Capi di Stato per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia e due decenni dall’Indipendenza della Croazia

POLA. «Ci perdoniamo reciprocamente il male che ci siamo fatti». Lo hanno affermato ieri sera nell’Arena di Pola gremita da seimila persone il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano e quello della Repubblica croata Ivo Josipovic nella dichiarazione congiunta letta dopo l’esecuzione dei rispettivi inni nazionali. Una standing ovation, accompagnata anche dallo sventolìo di alcuni tricolori, ha salutato l’ingresso nell’anfiteatro che è il simbolo della civiltà latina in Istria, in particolare del Capo dello Stato italiano. «La pagina è voltata», aveva affermato Napolitano nel discorso ancora più incisivo tenuto nel pomeriggio nella bella sede della Comunità italiana di Pola che conta ben 4.800 soci, «c’è voluto del tempo, oltre 65 anni perché non è facile rimarginare le ferite della storia. Quest’anno noi celebriamo i 150 anni dell’unità d’Italia, voi i 20 della Croazia. Ve ne auguriamo altri 130 ancor più felici dei nostri». Una giornata lunga, ma tutta concentrata al pomeriggio e alla sera poiché una caduta accidentale dello stesso Napolitano ha provocato uno slittamento del programma. Il presidente è giunto in Istria solo nel pomeriggio («Ha rischiato anche di rompersi un braccio», ha confidato la moglie Clio) ed è apparso leggermente zoppicante, anche se comunque in buona forma. E’ però saltata la visita a Brioni, così come il lancio di mare di una corona a ricordo delle oltre ottanta vittime della strage di Vergarolla del 1946. «Come già visto a Trieste un anno fa - hanno affermato all’Arena Napolitano e Josipovic ognuno nella propria lingua - prevale ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci ha diviso. Italia e Croazia abbracciano valori comuni di libertà, uguaglianza, libera impresa, cooperazione e solidarietà tra i popoli. Sono oggi Paesi liberi da ideologie che intendono costruire un futuro di pace stabile e prospero. Vanno però ricordati anche i lati oscuri con gli errori, le ingiustizie e le tragedie di quel secolo orribilis che è stato il Novecento. Le vittime del fascismo italiano che ha invaso la Jugoslavia e perseguitato le minoranze, così come le vittime italiane della folle vendetta perpetrata dalle autorità jugoslave. Ci inchiniamo dinanzi a tutte quelle vittime, nel perdonarci reciprocamente il male commesso». «Stiamo trasformando una storia molto pesante – aveva affermato in precedenza Josipovic – in una convivenza di grande rispetto. L’antifascismo ha fatto cose basilari per lo Stato croato e per la multiculturalità, ma vogliamo di più. A casa mia le parole italiane che compaiono nel dialetto dalmata non sono mai state sentite come straniere. E’ la conferma che c’è sempre stata un’osmosi forte tra i due popoli. Senza gli italiani, la Croazia non sarebbe giunta al punto avanzato in cui è oggi». Le parole di Lucio Toth, vicepresidente della Federazione degli esuli secondo cui «per quanto riguarda la questione dei beni, il trattato di Osimo va superato e la Croazia non può nascondersi dietro questi formalismi» e il fatto che l’Unione degli istriani con il suo presidente Massimiliano Lacota abbia avuto un incontro separato dopo il quale ha fatto ritorno a casa senza nemmeno voler assistere al concerto, dimostra che non tutti i problemi sono superati. Già il fatto che i due Capi di stato abbiano incontrato assieme gli esuli per sentire le loro questioni costituisce però una novità rilevante. A testimonianza anche di un passato comune di queste terre il particolare che gli incontri con i profughi si siano svolti all’ex Circolo ufficiali della Marina austroungarica che trasferì il proprio Comando da Vienna a Pola nel 1913. I ritratti che troneggiano sono quelli di Massimiliano d’Austria, comandante della marina austriaca dal 1854 al 1864 e di Goffredo de Banfield, eroe dell’aviazione austriaca conosciuto come l’Aquila di Trieste. «L’Istria è oggi una terra felice – ha affermato il presidente della Regione istriana Ivan Jakovcic all’Arena prima di lasciar spazio al Coro delle comunità italiane e all’Orchestra sinfonica della Radiotelevisione di Zagabria – viva l’Istria, viva l’Italia».

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