L’ultima amarezza: l’addio a villa Tripcovich

Ha vissuto gli ultimi anni della sua vita con grande sofferenza ed enorme dignità, accompagnato dalle attestazioni di affetto e di stima di gran parte della cittàdinanza. Il barone Raffaello de Banfield Tripcovich è morto ieri e la notizia della sua scomparsa è corsa in città con la stessa velocità con cui nel 1994 si era diffusa quella altrettanto triste del crac del gruppo armatoriale e finanziario che portava il suo nome. Con quel fallimento era stata messa la parola fine alla vicenda dell’ultima società di quel capitalismo triestino sopravvissuto alle vicissitudini della Grande guerra, alla crisi degli Anni Venti, alla divisione della Venezia Giulia e al ritorno della città all’Italia. Raffaello de Banfield Tripcovich aveva cercato di salvare la società che era stata di suo padre: aveva gettato in questo generoso tentativo le risorse personali. Era stato sconfitto e poco mesi dopo aveva si era trovato coinvolto in un’inchiesta della procura. Per uscire a testa alta dall’indagine aveva versato quanto gli restava - cinque miliardi di lire - e aveva messo a disposizione dei creditori anche la sua bella casa di Parigi. Altri non avevano agito allo stesso modo.

Anche la proprietà di villa Tripcovich, la storica casa di famiglia di Strada del Friuli, gli era stata tolta ma la società che l’aveva acquisita gli aveva concesso di continuare ad abitarvi. Nel gennaio del 2005 anche questo gli era stato tolto. Il giorno 24 il barone aveva chiuso alle proprie spalle il portoncino di ferro e cristallo e, senza voltarsi, era salito su un taxi diretto alla nuova abitazione offertagli sulle rive da una famiglia amica.

La sera precedente aveva cenato per l’ultima volta nella villa. Nei corridoi, sulle scale, molte delle sue cose erano già chiuse nei pacchi. Il parco e la piscina erano bui, il personale premuroso e silenzioso. Prima di cena Raffaello de Banfield aveva parlato di musica, aveva definito «eccellenti gli interpreti del Ballo in maschera in programma in quei giorni al Verdi», aveva citato Claudio Abbado, Riccardo Muti ed Herbert von Karajan. Poi aveva sollevato con delicatezza da un tavolino un’immagine in cui suo padre e tanti altri ufficiali erano schierati, a beneficio del fotografo, accanto all’Imperatore Carlo che li aveva appena decorati con la croce di cavaliere dell’Ordine di Maria Teresa, la massima onorificenza al valor militare dell’Austria-Ungheria.
La musica e il padre che aveva fatto grande la Tripcovich nei mari di tutto il mondo. Questo aveva accarezzato con le parole e la mani affusolate da pianista il barone in quell’ultima sera in strada del Friuli. Un addio mesto e orgoglioso. Niente lacrime, nessuna recriminazione. Ecco, in quel momento, aveva consapevolmente iniziato a morire.

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