L’APOCALISSE QUOTIDIANA

Dacci oggi la nostra apocalisse quotidiana. Il ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, organizza un convegno e lancia un allarme drammatico sui cambiamenti del clima. Ci spiegano che il golfo di Trieste rischia di trasformarsi in una palude. L’Enel annuncia che avremo un inverno durissimo e che staremo al freddo. Non c’è da stupirsi se poi, secondo un sondaggio, i giovani pensano che il 2037 sarà l’anno delle catastrofi. Dopo qualche giorno, si scopre che i problemi esistono, ma che la fine del mondo è rinviata. Cinquecento scienziati, fra cui il più importante climatologo italiano, Franco Prodi, fratello del premier, hanno scritto al ministro Mussi protestando, perché i dati di Pecoraro Scanio sono stati letti male e interpretati peggio: veniamo a sapere che ogni 1500 anni le temperature salgono e scendono e che, forse, non moriremo per il caldo. L’inquinamento incide sulla salute della terra, ma non siamo ancora estinti. E, se faremo le scelte giuste, gli uomini saranno qui anche nel 2037.

Questa altalena di sventure ci restituisce l’immagine di un Paese che sembra sul punto di diventare preda di tutte le paure. C’è chi scopre pesci in mare che non dovrebbero nuotarvi, o trova piante che non dovrebbero fiorire, o segnala animali che non dovrebbero passeggiare alle nostre latitudini. L’allarme viene lanciato, spesso si rivela solo una meteora, ma fa spettacolo. Soprattutto, semina una scia. Ma il fatto è che parte dell’opinione pubblica sembra farsi influenzare. È la paura che affiora e che, forse, può spiegare la vulnerabilità sociale che abbiamo di fronte e illuminarne le ragioni profonde.

La paura è una risposta a uno stimolo interno o esterno, ma comunque reale o percepito come tale, che fa prevedere una via di fuga o una forma di difesa. Ma, a sua volta, la paura può anche scivolare in uno stadio successivo: l’ansia, considerata uno stato emotivo fluttuante, privo di un obiettivo definito. Se la paura riesce a individuare un rimedio, l’ansia invece priva l’individuo della capacità di discernere le soluzioni più utili per noi. Qualche volta arriva a impedirci di aiutare noi stessi. L’ansia contiene un grumo di emozioni diverse: dentro si mescolano anche rabbia, disagio, interesse. La paura, quindi, si trasforma in ansia quando si svincola dalle circostanze che fanno identificare il pericolo reale o immaginario che la provoca e assume un peso tale da inibire persino le reazioni a proprio vantaggio delle persone. Consuma il vivere quotidiano.

Il ritratto psicologico dell’Italia, oggi, sembra pericolosamente in bilico tra questi due stati emotivi, la paura e l’ansia, che non sempre lasciano intravedere il confine che li separa, se mai esiste. Non a caso Freud distingueva tra angoscia reale, innescata da un pericolo reale e quindi in qualche modo giustificata, «razionale», e l’angoscia nevrotica che rappresenta uno stato soggettivo da cui derivano disagi, sensi di colpa permanenti. Ora è chiaro che questa serie ripetuta di allarmi rischia di provocare una sensazione di rischio nella collettività, inietta paure di cui si indovinano i segni nella vita di ogni giorno. Ma l’apocalisse che i giovani prevedono nel 2037 sembra già un primo passo verso l’ansia.

È questo dato che dovrebbe farci riflettere su un elemento: il rapporto tra la paura e la frustrazione. Perché la paura non sarebbe solo la molla che scatta in situazioni di rischio, ma anche in quelle situazioni in cui le aspettative dell’individuo e della società sono disattese. La minaccia è certamente la molla più forte, ma la delusione delle proprie aspettative, per quanto meno intensa, incrementa anch’essa il senso d’insicurezza. E se le frustrazioni persistono o si ripetono non solo cresce il livello d’insicurezza percepita, ma anche la propria autostima si abbassa. L’individuo tende a isolarsi, a ripiegare su se stesso, a rinchiudersi. Cede alla sfiducia. Di conseguenza chi non riesce a realizzarsi secondo il modello che ha in mente, deve cercare una realizzazione a un livello inferiore. Questa discesa obbligata mette in crisi l’individuo. Ma può succedere anche alla società.

L’apocalisse quotidiana ci spinge, quindi, a scendere un gradino ulteriore verso la frammentazione sociale. Ci fa scivolare verso comportamenti disadattati. La frustrazione e la paura causano aggressività. La ricerca per alleviare il conflitto interiore che ne scaturisce può essere alla base dell’alcolismo come dell’uso di droga. La paura-frustrazione contagia il senso di responsabilità individuale, l’autocontrollo. Quando le prospettive di riuscire si riducono, quando mancano gli elementi di rassicurazione, quando si perde la fiducia nella propria capacità o possibilità di modificare la realtà e si percepisce la fragilità della propria esistenza in crisi, vengono messe in atto delle difese.

Spesso la difesa è una regressione. La paura del divenire, come afferma Ernesto De Martino in un libro di molti anni fa «La fine del mondo», genera la paura di «essere travolto dal flusso storico delle situazioni», dal susseguirsi di situazioni potenzialmente distruttive. La paura dell’ignoto ci fa dubitare della nostra capacità di controllare la realtà, ci inibisce la capacità di progettare. E chi non progetta non pensa al futuro. E chi non pensa al futuro o lo teme non fa figli. È convinto di muoversi in un contesto caotico, imprevedibile, pericoloso e non riesce a fondare su valori e idee stabili il suo essere nel mondo.

Lo specchio della nostra apocalisse quotidiana ci restituisce così l’immagine di un Paese del quale non si riesce a trovare il bandolo. Che sembra volersi «de-storificare» alla ricerca di nicchie protettive al cui interno scongiurare i rischi del divenire. Anche perché regredire significa non solo dovere accettare un modello di realizzazione più basso, ma comporta anche un indietreggiare di fronte al cambiamento e a ciò che non si conosce, preferendo una separazione protettiva dal mondo. In queste condizioni è facile, da una parte, che i fantasmi soggettivi ci invadano e ci facciano scorgere pericoli dove non ci sono o amplificare in modo smisurato quelli reali. Dall’altra, possono suscitare rabbia per quello che si è perduto o non si è mai avuto.

Forse va ricercata qui una delle radici dell’antipolitica: nella frustrazione-paura che viene socializzata per essere superata ed elaborata come avviene nel lutto. S’avanza una domanda di protezione, di accompagnamento all’incontro con il nuovo. Di governo. Vale a dire la domanda alla politica di una rassicurante presenza che consenta la realizzazione di una speranza, di un progetto capace di curare (dominare?) l’inquietudine del mutamento. Il successo del Grillo day non rivela forse un atto d’accusa verso una politica che non ha saputo assolvere a questa funzione, rinnovandosi profondamente? Non rappresenta un tentativo di non isolarsi, obbligando la politica a una risposta, sia pure con proposte e parole non sempre condivisibili? Proprio come gli antichi stregoni, il moderno attore comico si propone come il mediatore tra gli individui e la frustrazione-paura, offrendo il rito ipertecnologico del blog e quello antico della piazza per una sua rappresentazione sociale accettata.

Grillo sbaglia quando afferma di voler «distruggere i partiti», ma non ha torto quando sostiene di essere un elemento della possibile strategia per contenere la frustrazione. Paradossalmente, è proprio il Vaffa day a dirci che la politica serve. Forse il Paese può ripartire se smettiamo di passarci reciprocamente la nostra razione di spavento quotidiano. Perché per vincere l’inerzia occorre anche lottare, reagire. Iniziare. Sono questi i significati del coraggio che solo può produrre le certezze su cui basare la nostra identità. Il coraggio che vince la paura è conoscere ciò che bisogna temere o sperare.

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