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“The Game”: perché i profughi continuano a bussare, da est, alle porte d’Europa
 

Sono migliaia le persone che cercano di risalire il Vecchio Continente bussando anche alle porte del Friuli Venezia Giulia. Donne e uomini imbottigliati nella “Rotta Balcanica” tra violenze, isolamento e umiliazioni: una storia che va avanti da più di 5 anni in cui l’Unione Europea non fa una bella figura

 
Non sono bastate le fiamme e il gelo. Eppure l’incendio che il 23 dicembre scorso ha distrutto il campo profughi di Lipa è diventato l’ennesimo capitolo di una tragedia che, da più di cinque anni, si nutre di indifferenza. Situato nel Nord Est della Bosnia, il campo ospitava più di mille migranti respinti da Slovenia, Croazia e Italia; doveva essere chiuso lo stesso giorno della sua distruzione a causa delle scarse condizioni igieniche e la mancanza di acqua ed elettricità. Dopo la sua distruzione non è stata però trovata nessuna soluzione per trasferire i suoi abitanti. 
 
Ai migranti è stata negata la ricollocazione nelle vicina città di Bihac o nella lontana Bradina anche per le veementi proteste dei suoi abitanti. Donne, uomini e bambini sono rimasti per giorni senza nessuna sistemazione, tra i boschi e il gelo dell’inverno balcanico,  prima di essere riportati a Lipa e sistemati in tende di fortuna. Dopo un braccio di ferro con la Ue, le autorità bosniache hanno accettato di rinnovare il campo. Ma hanno anche ribadito che  rifugiati e i migranti non sono un problema bosniaco, ma europeo. Un braccio di ferro consumato sulla pelle degli ultimi, l’ennesima conferma che quella che è stata ribattezzata “Rotta Balcanica” non è stata in realtà mai chiusa. 
 

Bosnia, sulla strada dei migranti - Il reportage

 
“Siamo di fronte alla stessa situazione con una tendenza all’aumento degli arrivi che deriva dal fatto che non abbiamo mai affrontato il nodo di fondo che è quello dei migranti confinati in Turchia, ma non solo - ci racconta Gianfranco Schiavone, membro dell’associazione studi giuridici dell’immigrazione e presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà - in larga parte si tratta di persone che sono rimaste imbottigliate  in Europa lungo la “rotta” da anni. Poi certo continuano i nuovi arrivi da territori come Siria e Afghanistan caratterizzati da conflitti a bassa intensità o paesi dove i diritti umani sono a rischio come l’Iran quelli attraversati da varie tensioni, penso al Pakistan che presenta delle aree molto turbolente e zone sotto il controllo islamista”
 
Quel che è certo è che l’esodo non si è mai davvero arrestato. Donne e uomini continuano a risalire il Vecchio Continente alla ricerca di dignità e di un futuro migliore sfidando le frontiere. Lo chiamano “The Game”: un ‘gioco terribile cominciato più di cinque anni fa. 
 
 
C’è una foto che nessuno di noi ha scordato. È il 2 settembre del 2015 quando, su una spiaggia su una spiaggia dell’isola turca di Bodrum viene rinvenuto il corpo senza vita di un bambino. Il suo nome è Alan Kurdi. Ha appena 3 anni ed è uno delle migliaia di profughi siriani in fuga da una guerra ormai endemica. Sperava di raggiungere la Grecia e l’occidente con i suoi genitori. La foto di Alan accende definitivamente i riflettori sulla cosiddetta “Rotta balcanica”. Il suo corpo obbliga il mondo a guardare e interrogarsi sull’orrore, diventa il “milite ignoto” di una guerra per la sopravvivenza di milioni di persone; una guerra consumata nell’indifferenza e talvolta nell’odio xenofobo. 
 
(Un graffito a Francoforte degli artisti Justus Becker e Oguz Sen dedicato al piccolo Alan Kurdi- DANIEL ROLAND/AFP) 
 
Furono 856.000 le persone che, nel corso del 2015, approdarono in Grecia, mentre il paese ellenico era alle prese con gli effetti più duri di un piano di risanamento finanziario destinato a destabilizzare socialmente cittadini ed istituzioni. Nell’Agosto dello stesso anno Angela Merkel si dichiarò disponibile ad accogliere i siriani in fuga dalla guerra in Germania. Fu un esodo biblico: tra il 2015 e il 2016 arrivarono in Germania circa 1,2 milioni di richiedenti asilo. Nello stesso anno Orbàn costruiva una barriera di filo spinato per isolare i 175 km che separano la Serbia dall’Ungheria. Una provocazione che spingeva indietro nel tempo le lancette del Vecchio Continente di trent’anni. 
 
La rotta balcanica era diventata, con l’intensificarsi del conflitto siriano, la principale via d’accesso di profughi in Europa. L’esodo viene ufficialmente arginato con il discusso accordo del marzo 2016 tra Ue e Turchia. Gli stati della Ue demandavano alla Turchia il controllo delle frontiere esterne dell’Unione, un accordo stabilito a un prezzo preciso. Bruxelles si impegnava a versare ad Ankara circa 6 miliardi di euro per il sorvegliamento della frontiera esterna con la Grecia e per accogliere circa 3,5 milioni di profughi siriani, attivando contemporaneamente dei canali di corridoi umanitari. Per ogni profugo reinsediato In Turchia dalla Grecia, un altro sarebbe dovuto entrare in Europa tramite canali umanitari. Ma la realtà è stata ben diversa: secondo l’Agi nel 2019 erano poco più di dodicimila i siriani che erano riusciti ad accedere legalmente in Europa. 
 
Nello stesso anno un rapporto di Amnesty International puntava il dito contro Ankara: le autorità turche avrebbero rimpatriato forzatamente molti profughi siriani esponendoli di fatto a pericoli rilevanti.
 
“Dal punto di vista giuridico l’accordo Ue e Turchia non esiste- argomenta Gianfranco Schiavone- si è operato un trucco, ovvero l’accordo tra tutti i singoli stati e la Turchia è stato presentato come un accordo dell’Unione, ma non è così. Questa finzione era basata su una promessa a sua volta non mantenuta, ovvero quella di creare canali umanitari per i siriani: le persone dovevano essere dislocate solo temporaneamente in Turchia. Si è trattato però di un inganno, nessuno è stato reinsediato. La Ue a livello internazionale ha fatto una pessima figura, e il tutto assomiglia quasi una comica, il problema è che purtroppo non c’è nulla da ridere”.
 
Guardando unicamente ai numeri è indubbio che l’accordo tra Ue e Turchia sia stato funzionale a limitare l’esodo di profughi verso il Nord Europa. Dal 2015 e 2016 l’afflusso di disperati diretti verso le coste elleniche si arresta, per poi tornare a crescere nel 2017. 
 
 
L’impressione è che i migranti siano un vero e proprio strumento di ricatto nelle mani della Turchia, ma la chiave geopolitica non è l’unica per spiegare l’afflusso: “Sarebbe sciocco non vedere come questa enorme concentrazione di persone viene utilizzata dal governo turco come arma politica, ma sarebbe altrettanto sciocco a non considerare che ciò che funziona per un breve periodo non funziona per sempre- osserva Gianfranco Schiavone - La Ue non ha guardato a tempi medio-lunghi, come se le cose si risolvessero automaticamente: così non è. Parliamo di milioni di persone che in Turchia non hanno nessun riconoscimento di protezione internazionale, vivono nei campi dell’Alto Commissariato in una situazione di sostanziale tolleranza, ma è una situazione che non aveva e non ha una soluzione. Chi non vuole avere come prospettiva di vita ‘il nulla’ per sempre può solo andare avanti, solo le autorità europee potevano non accorgersi di una cosa così evidente”
 
Con più di 70 mila arrivi, la Grecia è stata nel 2019 la prima nazione di ingresso nell’Unione per profughi e immigrati, la rotta balcanica ha superato di gran lunga quella mediterranea italiana e spagnola 
 
 
E, tra boschi e montagne, ruderi e campi minati, triste fardello delle guerre che hanno insanguinato gli anni ‘90, uomini e donne continuano a risalire il Continente con il sogno di giungere finalmente in Austria o in Italia. 
 
 
Ma se il loro cammino parte da lontano, i loro passi arrivano anche alle porte di casa nostra e l’Italia, come documentato da un’inchiesta di Altreconomia, non esce benissimo. Secondo il mensile, tra il primo gennaio e il 15 novembre 2020, ìil nostro Paese avrebbe “riammesso” in Slovenia circa 1.240 persone, che poi sarebbero state a loro volta respinte dalle autorità slovene e croate fino al territorio bosniaco. Per averne accortezza dello scarto rispetto all’anno precedente è sufficiente confrontare i numeri dei respingimenti del 2019 e del 2020. 
 
 
A essere contestata è la violazione sistematica del diritto internazionale con riammissioni informali che avrebbero esposto i migranti a trattamenti inumani e degradanti e alle violenze sistematiche della polizia croata. E a supporto di queste tesi è arrivata recentemente, lo scorso 18 gennaio, anche un’ordinanza del Tribunale di Roma che stabilisce che le riammissioni informali, realizzate per via di un accordo del 1996 con la Slovenia, violano non solo la Costituzione, ma anche la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.  E Gianfranco Schiavone parla apertamente di sospensione dello Stato di Diritto: “L’Italia ha scritto una delle più incredibili pagine della sua storia recente. Di fatto abbiamo impedito alle persone che arrivavano sul confine orientale la possibilità di chiedere diritto di Asilo. Lo ha impedito con un accordo del 1996 con la Slovenia che già giuridicamente non ha valore e che  non aveva nulla a che fare con la protezione internazionale. Per questa cosa esiste il Regolamento di Dublino, accordo pessimo, ma esistente, non c’è un vuoto normativo. Il migrante ha diritto a presentare la domanda”. 
 
 
Quel che pare evidente è che tra Italia, Slovenia e Croazia esistano dei taciti accordi per riportare i migranti al punto di partenza: in questo caso nei campi bosniaci e serbi. Ed è stata messa in atto una vera e propria prassi basata su una serie di respingimenti a catena, non di rado segnati dalla violenza, come i report di molte Ong e molti servizi giornalistici hanno documentato in questi anni. 
 
 
Che nelle frontiere dei paesi balcanici si stiano consumando atti di violenza e intimidazioni non è purtroppo un mistero.I report sono ormai molteplici, tra i quali quello di Amnesty International che ha evidenziato come i migranti siano stati oggetto di violenze e respingimenti arbitrari da parte della polizia croata. Le autorità croata avrebbero fatto sistematicamente uso della violenza per rispedire i migranti verso la Bosnia e le intimidazioni e gli arresti hanno spesso colpito anche attivisti e Ong sul territorio. Come ricorda Valigia Blu ha fatto scalpore, lo scorso novembre, un reportage del settimanale tedesco Der Spiegel che documentava come un gruppo di migranti siano stati fatti spogliare, percossi da paramiltari croati e costretti ad attraversare il confine verso la Bosnia. 
 
 
Una testimonianza che è purtroppo solo una goccia nel mare. Il Danish Refugee Council bosniaco ha parlato apertamente di testimonianze di sevizie da parte di uomini appartenenti alle forze di polizia croate e anche di abusi sessuali sui migranti rimpatriati verso la Bosnia. Nel marzo dell’anno precedente la Ong No Name Kitchen aveva denunciato di come le forze di polizie croate avessero marchiato con una croce spray la testa di migranti musulmani che avevano provato a passare il confine come segno di intimidazione. Il punto è che le violenze non sembrano episodi isolati attuati da paramilitari o teste calde, ma parte di una vera e propria strategia di respingimento. 
 
“La strategia è di tipo militare, si tende a rallentare gli ingressi in maniera efficiente. Per farlo la Croazia è stata posta di fronte a una scelta che esclude il diritto. Se si rimpatria una persona senza picchiarla, derubarla o intimidirla, quella stessa persona il giorno dopo proverà probabilmente a riscavalcare la frontiera. L’obiettivo è che quella persona non torni domani, ma magari fra mesi, la chiamano manovra di ‘alleggerimento’. O l’operazione viene effettuata con violenza o non viene effettuata e, malgrado l’indignazione di facciata, questa cosa è molto chiara anche a Bruxelles” argomenta Gianfranco Schiavone
 
 
“Le violenze non sono solo una strategia per disincetivare l’afflusso dei migranti, ma anche per distruggere psicologicamente e moralmente queste persone: i report sono davvero agghiaccianti- rincara la dose Giorgio Fruscione, analista Ispi ed esperto dell’area balcanica - se si pensa che tutto ciò avvenga oggi e da parte di stati, piuttosto che da parte di privati cittadini, c’è da rabbrividire. Amnesty, non a caso, ha parlato apertamente di tortura: il fine è distruggere la motivazione di queste persone”
 
E sono in molti quelli che puntano il dito contro l’Unione Europea, come ricorda anche un’inchiesta dell’Espresso dello scorso anno. La Croazia utilizza soldi europei per respingere i migranti alla frontiere poiché per Bruxelles la Croazia rappresenterebbe una vera frontiera esterna utile a limitare l’accesso dei disperati ai suoi confini. A tal proposito, lo scorso novembre il difensore civico dell’Unione europea ha avviato un’indagine sulla mancata supervisione da parte della Commissione sugli oltre 108 milioni di euro destinati al governo di Zagabria per il controllo delle frontiere.
 
 
L’errore da non compiere è quello di considerare gli stati balcani come un unicuum. Esistono situazioni più critiche e Stati più attrezzati ad ospitare un flusso imponente di migranti. Quel che è certo è che tutti i Balcani sono considerati da Bruxelles come una sorta di frontiera esterna: “I problemi maggiori si riscontrano in Bosnia, il Paese più povero toccato dalla Rotta Balcanica, e in cui, data la suddivisione in due repubbliche e cantoni, c’è un costante rimpallo di responsabilità. Sul tema dei migranti è stata costruita molta propaganda e c’è un costante rimpallo di responsabilità” spiega Giorgio Fruscione - In Serbia avendo l’esperienza degli anni ‘90, la situazione è invece migliore: ci sono 17-18 centri che sono riusciti a ospitare queste persone per un periodo più lungo e c’è una struttura logistica e amministrativa per l’accoglienza che risale al tempo delle guerre balcaniche. C’è infine una volontà di soddisfare le richieste dell’Unione Europea che sta parzialmente funzionando”. Dove la situazione resta critica è invece nei cosiddetti paesi di transito: “In Bulgaria e Croazia la situazione è disastrosa: il 90% dei migranti che hanno passato tra i loro confini hanno subito furti e maltrattamenti. La Croazia inoltre ha ricevuto fondi dalla Ue per rafforzare la polizia di frontiera che di fatto hanno favorito le violenze.  Le persone che sono rimaste bloccate hanno continuato ad attraversare i confini, ma spesso in maniera ancora più pericolosa, magari affidandosi ai trafficanti. Molto spesso parliamo di persone che ci hanno provato anche 12 volte: non escludo che molte di queste persone siano bloccate da due e tre anni e l’unica arma che hanno spesso è quella di riuscire a passare il confine”.
 

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E l’impressione è che gli stati balcanici siano diventati, alla stregua di quanto avviene in Turchia, Libia e Marocco, dei veri e propri tappi di bottiglia per frenare le migrazioni verso il Vecchio Continente: “La Ue sta completamente scaricando le responsabilità sui paesi balcanici. Si dovrebbero denunciare i Paesi che si macchiano di violenze e invece si danno soldi per l’ammodernamento delle frontiere, come nel caso della Croazia. Molti soldi sono stati dati anche alla Bosnia, ma non c’è stato mai un controllo su come sono stati spesi questi soldi: la rotta balcanica esiste ancora ed è più pericolosa di prima” denuncia Fruscione. 
 
“La rotta balcanica ha una caratteristica: quello di rendere tutto molto evidente, i drammi non avvengono in un contesto esotico, ma nel cuore d’Europa-  aggiunge Gianfranco Schiavone, che sottolinea come la logica sia quella del rendere queste persone invisibili - l’obiettivo è di disseminare campi di confinamento ovunque, fuori dalla Ue o anche all’interno della Ue (si pensi alle isole greche) in aree isolate o in Paesi a scarsa contrattualità politica. La Bosnia è stato proprio il paradigma di questa volontà di usare un paese terzo per tenere isolati i migranti, ben sapendo che non è capace di fornire un’assistenza e diritti adeguati in questo momento”. E la logica che spingerebbe questo cinica prassi è quella della dissuasione: “Non siamo di certo di fronte a una situazione non gestibile, ma non c’è la volontà politica di risolverla: non sono previste misure di reinsediamento,  anche nel caso delle persone più vulnerabili e nelle situazioni umanitarie più a rischio perché si tema l’effetto ‘trazione’, il pull factor. Il timore è che per ogni persona che arrivi dalla Bosnia ne arrivino altre che vogliono entrare in Europa. Viviamo in una paralisi: non c’è al momento nessuna strategia”. Una paralisi pagata da uomini, donne e bambini che, dal cuore dell’Europa, attendono da anni risposte.