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La sanità ai tempi del Covid-19: tutti i dati su terapie intensive, finanziamenti, personale e posti letto

Nei giorni dell’emergenza da nuovo coronavirus ripercorriamo, con i dati, due decenni di sanità italiana con lo sguardo all’Europa e al mondo. Poche risorse e troppo regionalismo: così un diritto si sta lentamente trasformando in un privilegio

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Il fabbisogno sanitario nazionale è finanziato prevalentemente dalle entrate delle singole aziende ospedaliere, dalle tasse regionali e, in larga parte, dallo Stato attraverso l’Iva e il Fondo Sanitario Nazionale, importi stabiliti ogni anno per mezzo della legge di bilancio. Se alle Regioni spetta il compito di organizzare e gestire la sanità pubblica a livello locale, spetta allo stato garantire per tutti i livelli essenziali di assistenza (LEA) su scala nazionale. Una dinamica su cui influisce largamente lo stanziamento statale programmato di anno in anno, e che, da almeno 10 anni, fa registrare aumenti timidi. Ma parlare di “aumenti” è, in fondo, inappropriato.


 
La regione più virtuosa d’Italia, l’Emilia Romagna, è riuscita negli anni a garantire oltre il 92% dei livelli elementari di assistenza essenziale tra 2010 e 2017, la Calabria appena il 58.9%, la Campania il 53.9%. I livelli di efficienza scendono drasticamente sotto al confine ideale rappresentato da Toscana, Umbria e Marche e raccontano, meglio di molto altro, un Paese a due velocità. Attualmente sono sette le regioni sottoposte a “Piani di rientro” da parte dello Stato Centrale per assicurare il raggiungimento dei livelli essenziali di assistenza e, soprattutto, garantire l’equilibrio di bilancio sanitario e sono quasi tutte regioni del sud: Abruzzo, Lazio, Campania, Calabria, Molise, Puglia, Sicilia. Non a caso parliamo anche di quelle che hanno subito maggiormente gli effetti dei tagli di bilancio di questi anni: «Il fulcro dei piani di rientro è stato l’equilibrio dei conti non certo la salute dei cittadini - commenta Carlo Palermo - la maggior parte dei tagli di personale sanitario è stato effettuato nelle regioni sottoposte a piani di rientro tramite sistemi come il blocco del Turn-Over, vale a dire blocco delle nuove assunzioni a fronte dei pensionamenti. La regionalizzazione del SSN ha portato a un decremento degli standard di salute generalizzata ed è sicuramente mancato una capacità di indirizzo centrale che non fosse solo economica. In questi anni abbiamo assistito a una sorta di ‘federalismo di abbandono’».
 
L’unica cosa che sembra realmente crescere in questo contesto è la spesa sanitaria diretta verso i privati. Se il 3,8% della spesa pubblica in sanità, rispetto al Pil nel 2017 è stata indirizzata per servizi forniti direttamente dal Sistema Sanitario Nazionale, ben il 2.9% è stata invece destinata a servizi sanitari forniti in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale, ma da aziende private. Inoltre, se nel 2003 gli italiani spendevano una media di 465 euro a testa per prestazioni sanitarie private, nel 2016 la quota sale a 591 euro, un incremento del 26%. Perché oltre a un diritto, sancito dalla Costituzione, la salute è e rimarrà sempre anche un bisogno essenziale. Un bisogno sul quale non pochi, sono pronti a fare affari.
 
 

 
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