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La “metamorfosi” fallita di Strehler alla Scala Il libretto non trovò la musica dell’amico Carpi

L’opera in cartellone per tre stagioni a Milano era una commissione del direttore triestino Victor de Sabata

Alex Pessotto
2 minuti di lettura

Il musicista e compositore Fiorenzo Carpi con il regista Giorgio Strehler. La loro collaborazione per un’opera per la Scala di Milano tratta dalla Metamorfosi di Franz Kafka rimase incompiuta

 

C’è anche uno Strehler librettista e, pur non essendo certamente questo l'aspetto più ispirato e più conosciuto della sua arte, davvero non lo si può trascurare. Peraltro, non si tratta di una novità, di una recente scoperta emersa frugando in qualche polveroso archivio. Ai biografi, agli estimatori del sommo regista, già era noto il suo interesse per “La metamorfosi” di Kafka.

A instillargliela ci aveva pensato un altro grande triestino: Victor de Sabata, all'epoca direttore musicale alla Scala. E così “La metamorfosi” figurava già, e per ben tre volte, nel cartellone del teatro milanese: precisamente nelle stagioni 1956-1957, 1957-1958 e 1970-1971, quando direttore artistico era Luciano Chailly, padre di Riccardo, l’attuale direttore musicale scaligero.

Giorgio Strehler aveva già completato il libretto per “La porta divisoria”, questo il titolo originale dell'opera tratta dal racconto di Kafka. E pure la parte musicale era stata quasi conclusa da Fiorenzo Carpi, l’autore che si lega indissolubilmente ai capolavori strehleriani, anche se in molti lo ricordano soprattutto per la splendida colonna sonora del “Pinocchio” di Luigi Comencini, quello del 1972 con Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Franchi e Ingrassia, Vittorio De Sica e, nel ruolo di protagonista, Andrea Balestri. Tra l’altro, alla morte del compositore, nel maggio del 1997, Strehler, che sarebbe scomparso nel giorno di Natale dello stesso anno, l’aveva definito “l’amico più caro della mia vita”. Per quale motivo, allora, Carpi non era mai andato oltre al quarto quadro, lasciandolo incompiuto, mentre il quinto e ultimo non l’aveva neppure iniziato? Sembra che nutrisse qualche dubbio proprio sulla qualità del libretto e, in particolare, sulla sua traducibilità in musica: almeno è questa l’ipotesi più plausibile tra le tante che, nel ricostruire la vicenda, si possono azzardare.

Ora, però, “La porta divisoria” andrà finalmente in scena venerdì 2, sabato 3 e domenica 4 settembre al Caio Melisso di Spoleto. A terminare le parti mancanti, Enrico Girardi, direttore artistico con Michelangelo Zurletti del teatro Lirico Sperimentale spoletino nonché critico del Corriere della Sera e di Classic Voice, ha incaricato Alessandro Solbiati, docente al Conservatorio di Milano.

«Da un lato si chiude un cerchio che, sebbene noto agli addetti ai lavori, Scala e Piccolo Teatro in primis, nessuno finora aveva desiderato chiudere per davvero - afferma Girardi -. Dall’altro, questo cerchio che si chiude potrebbe aprirne un altro relativo alla vita esecutiva di questa pagina. Sono allora convinto dell’operazione non solo perché rappresenta un importante tassello della vita culturale milanese di quegli anni turbolenti e affascinanti di sperimentazione quali sono stati i Cinquanta; ma anche perché, dopo aver visionato le carte presso l’archivio del Piccolo Teatro, mi sono persuaso che siamo di fronte a musica di qualità, frutto di una personalità artistica che è nota al pubblico per la sua musica per il teatro, il cinema e la televisione ma che non si può ridurre a ciò, in quanto aveva piena consapevolezza dei linguaggi e degli stili più avanzati che si praticavano nel suo tempo».

La partitura originale di Fiorenzo Carpi, su indicazione di Alessandro Solbiati, è stata ridotta e trascritta da Matteo Giuliani per un ensemble di tredici strumenti. Bolognese, direttore di coro, Giuliani, è stato allievo proprio di Solbiati: ha anche completato il quarto quadro, mentre il quinto è interamente del suo maestro. Poi, la direzione è affidata a Marco Angius, mentre Giorgio Bongiovanni firmerà la regia.

Naturalmente, però, l’occasione permetterà anche di soffermarsi sulle qualità di Strehler librettista. Che, pur non raggiungendo certo le vette dei suoi allestimenti più celebri, costituiscono un’ulteriore prova di una personalità che è eufemistico definire “poliedrica”. —

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