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La cartella di Bobi Bazlen che odorava di muffa spedita da Ljuba nel 1966 all’amico Stelio Mattioni

Conservata nello studio dello scrittore, la borsa contiene ancora la penna, la carta da lettere e le buste

Chiara Mattioni
2 minuti di lettura

Lo scrittore Stelio Mattioni (1921-1997), in una immagine gentilmente concessa da Chiara Mattioni. Fu consegnata a lui, Stelio Mattioni, la cartella da cui Bobi Bazlen non si seperava mai

 

A Venezia i piroscafi passano anche la mattina presto. E dove va a finire la pace delle Zattere, e quella della pensione Seguso dove alloggiano i turisti inglesi di passaggio? Vecchine inglesi di tutte le dimensioni, nella hall, in salotto, su e giu' per le scale come cherubini aggrinziti, angeliche sotto i capelli bianchi, sotto la forma esteriore della castità senza più insofferenza, nei loro pulloverini chiari… Stelio Mattioni è lì che incontra Roberto, Bobi, Bazlen nel 1960, in cerca di notizie per la biografia di Umberto Saba. Escono a passeggiare per le fondamenta, e Bazlen «si arma di un notes con una copertina in pelle grassa che forse non abbandona mai. Poi scoprirò che vi annota le coincidenze».

A pranzo Mattioni conosce anche la Ljuba, alta, magra, fine, con il naso pronunciato, gli occhi lunghi e truccati dietro le lenti azzurognole, di notevole fascino quando parla. Il discorso scivola sulle coincidenze, e Bazlen sfoglia il suo notes per leggergene alcune al suo ospite. Crede che attraverso le coincidenze si possano intravvedere i denominatori comuni che regolano le azioni degli uomini. Quasi un'aspirazione alla divinazione, ai princìpi svelati dalle cose attraverso i quali prevedere dove portano. Parlano di magia (sembra che la Ljuba la pratichi), di gatti, di coincidenze. E di come gli inglesi vogliano eliminare i buchi dall'emmenthal, quei buchi che agli inglesi pare non vadano a genio. Fuori piove. Mattioni si separa da Bobi e Ljuba fuori dalla pensione Seguso, con la sensazione di avere conosciuto persone speciali. Prima di entrare loro gli fanno “ciao” con la manina e qualcosa è cambiato per sempre. Grazie a Bazlen, Mattioni diventerà uno scrittore pubblicato.

Il 28 luglio 1965 Bobi muore senza preavviso, verso sera, dopo avere chiuso le imposte e dopo che il cane del cortile ha lungamente abbaiato. “Caro Mattioni, sono arrivata ieri sera da Londra e voglio avvertirla subito di quanto è accaduto. Bobi è morto improvvisamente due giorni fa e senza soffrire. I funerali avverranno stamattina.Io tornerò a Londra fra pochi giorni. Sua Ljuba Blumenthal” (30 luglio 1965). Per Mattioni un colpo al cuore. Mia madre ha pianto. Bazlen stava leggendo mano a mano che venivano scritti i capitoli del “Re ne comanda una” e contestualmente scriveva a Mattioni lettere editoriali precisissime per indirizzarlo. Scriveva anche che era molto curioso di come sarebbe andato a finire. Come si può non amare chi ci incoraggia sulla via maestra? Dopo, Mattioni è sempre rimasto in contatto epistolare con Ljuba. “Caro Mattioni, ecco una cosa che Bobi aveva sempre con sé, anche viaggiando. La mando esattamente come l'ho trovata. Ho tentato di pulirla un po' ma puzza ancora di muffa. Spero che l'odore sparirà quando la si mette nel sole mezza giornata. Tutto questo viaggio è un bruttissimo sogno dal quale, purtroppo, non c'è un svegliarsi” (22 giugno 1966).

Dunque Ljuba manda a Mattioni la cartella di Bobi, quella del primo incontro, quella da cui lui mai si separava. Mattioni, in risposta scrive: “Ho ricevuto la cartella di Bazlen, resterà nelle mie mani come sta, continuerà a viaggiare, a restare un oggetto che ha una relazione costante con la vita, non dico con la mia, ma con la nostra. Un sentito grazie cui aggiungo quello di mia moglie e dei miei figli, in particolare della piccola Chiara. E infine mi è venuta un'idea: chissà se...”.

La cartella di Bazlen è ancora conservata con massima cura nello studio di mio padre. All'interno, la penna, la carta da lettere, le buste che appartennero a Bobi. Mi càpita di prenderla tra le mani, di aprirla, di sfiorarla, di odorarla. Non sa più di muffa. La vita è sogno, come diceva Bazlen. Ma ci sono oggetti che travalicano la loro utilità di oggetti. Toccando la cartella, un poco consumata ai bordi, si sente il sale, il condimento, qualcosa in più, sicuramente. Anche se Bazlen è al di sopra dei luoghi e degli oggetti e anche se la sua vita è un capolavoro del non essere: è nella memoria, e la memoria non va ingannata con le proiezioni e le due dimensioni. Va riplasmata nella sua interezza tridimensionale. La sua cartella, ogni volta, mi ricorda che Bazlen è, come la vita è. —

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