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Nelle sedute spiritiche in via Ghega si manifestava la madre di D’Annunzio

Nella Cambon, poetessa affascinata dall’aldilà, ospitò nella sua dimora triestina il Vate e Marinetti

cristina benussi
3 minuti di lettura

I “Canti dello Zodiaco”, 1930, sono forse la sua opera più famosa, in cui si sfoga per essere fatta oggetto di «scherni, frizzi, ironie, parole acute»

 

Nella Cambon nasce nel 1872 in una Trieste che è ormai la quarta realtà urbana dell'impero austro-ungarico, dotata come è di strutture scientifiche innovative capaci di garantire la migliore formazione professionale di industriali, navigatori e commercianti.

Di famiglia colta e benestante, con il matrimonio conquista ulteriori posizioni sociali: Costantino Doria, il marito, laureato al politecnico di Graz, è infatti un professionista di successo, impresario di costruzioni ferroviarie, portuali e industriali. A lui, fondatore con altri della loggia massonica "Alpi Giulie", nel corso degli anni verranno conferiti innumerevoli incarichi, culturali, politici, amministrativi.

La giovane moglie, di splendido aspetto, è ben conscia del suo potere socio-economico e seduttivo, ed è determinata a farsi luce anche per le sue qualità intellettuali, tanto da volersi cimentare nella scrittura poetica, come aveva già provato la madre, Elisa Tagliapietra Cambon. E dunque continua la tradizione familiare invitando letterati e maggiorenti cittadini nel suo ambito salotto, aperto nella lussuosa dimora, sita al numero 4 di via Ghega.

A Trieste, a cavallo del secolo, la cultura letteraria tuttavia, contrariamente a quella scientifica, è piuttosto attardata. Ancora sconosciuti sono i nomi degli scrittori che solo dopo la Grande guerra diventeranno punti di riferimento riconosciuti: Svevo deve nascondere alla famiglia le sue ambizioni letterarie, Saba solo nel 1911-12 consegnerà ai posteri raccolte di versi che confluiranno nel Canzoniere. Con loro cambierà definitivamente la rappresentazione della condizione umana, sia di chi riuscirà a dominare, sia di chi dovrà soccombere alle prove imposte dalla nuova civiltà industriale.

Nella Doria Cambon però comincia a scrivere lasciandosi andare a suggestioni dannunziane, che in effetti circolano largamente non solo nei salotti cittadini ma, insieme a carduccianesimi echeggianti glorie latine, in molte pubblicazioni e interventi pubblici della Trieste irredentista. L'aspirante poetessa manifesta una decisa predilezione per il poeta vate, e nei suoi versi ama coniugare aneliti superomistici ed echi di una classicità decadente e visionaria.

Proprio all'entrata in guerra dell'Italia, per il coinvolgimento del marito in attività fortemente inneggianti all'italianità di Trieste, è costretta al confino con l'intera famiglia, prima a Wagna e poi a Vienna. Qui tiene un diario "minimo", dove segna i mutamenti stagionali, commenta alcuni poveri e per lei inusuali menu di guerra, o un compleanno sfacciatamente opulento, appunta qualche impegno delle due figlie, Luisella e Gioconda, e del figlio Dario, si entusiasma quando può offrire champagne.

Sono pagine in cui traspare, oltre alla noia di quelle dolorose giornate passate in ristrettezza, una tonalità emotiva che trasferisce anche nei suoi testi poetici: quel tempo di guerra viene vissuto non tanto come conseguenza di opinabili scelte politiche, e attese irredentiste, quanto come esito della lugubre vittoria del regno delle tenebre.

Quando ritorna a Trieste, anche la sua poesia cambia. I suoi estenuati versi dannunziani di Fiori e fiamme del 1908 si erano rivolti alle «pallide, squallide, mute, perdute, / lunghe ore che conscie chiudete / segrete, / bellezze di plaghe aromali». Ma poi, con le poesie di Sistri, del 1914, dedicate a D'Annunzio, la poetessa comincia a vedere nello spazio astrale dell'al di là l'unica sua via di salvezza. «Vituperio del mondo il canto mio / non toccherà se avrommi i morti accanto».

Sono anni in cui lo spiritismo è piuttosto diffuso: se ne occupano lo scienziato Cesare Lombroso, il giornalista Luigi Barzini, il poeta Rainer Maria Rilke, l'amica duinese Maria Thurn-Taxis, la scrittrice Ada Negri, la marchesa Casati, Luigi Pirandello e Italo Svevo, tra l'altro ironico frequentatore delle sue serate. Conduce le sedute spiritiche in casa Doria Cambon il medium Enrico Forni, coadiuvato dalla sorella Romana, che interroga gli ospiti venuti dall'oltretomba: tra molti altri, Manzoni, Dante, Napoleone, Mazzini, Savonarola, Maria Antonietta. In un mondo in cui la scienza, con la sua pretesa ambizione di voler conoscere i segreti della natura e della psiche umana, sembra porsi come unico strumento di conoscenza, l'al di là resta uno dei regni di cui nessuna disciplina può offrire rendiconto alcuno.

A Nella Doria Cambon si rivolge, durante la Reggenza del Carnaro, Gabriele d'Annunzio, che le chiede di portargli i messaggi medianici inviatigli dalla madre, donna Luisa de Benedictis. A consegnare le lettere spiritiche sono due fidati legionari che fanno la spola tra il Palazzo del Comando fiumano e via Geppa. La scrittrice triestina ospita a casa sua D'Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti; non esita a rimproverare il poeta Aldo Palazzeschi per il suo scetticismo culturale e Alfredo Panzini per non aver tenuto conto, nei suoi reportages, del "mistero" della vita; riceve l'attenzione di Roberto Bracco, piuttosto ironico nel commentare i versi da lei inviatigli; subisce il diniego di Benedetto Croce a considerare le apparizioni di Dante come apertura a un nuovo approccio critico.

I Canti dello Zodiaco, pubblicati nel 1930, sono forse la sua opera più famosa, in cui sfoga la propria rimostranza per essere fatta oggetto di «scherni, frizzi, ironie, parole acute», mentre si vede ormai proiettata in una dimensione extramondana che prevede la sola presenza di Dio, cui si rivolge direttamente: «vo' tra la turba che lo spirito assale / e clango 'l nome mio nell'irto verso // e son le mie parole come spade /ed il mio cuor come un roveto ardente, / non son del mondo e vo' per le sue strade». Scrive molti altri versi e anche saggi su Manzoni mistico, sulla Morale e crisi metafisica, sulla Logica poetica.

Nella Doria Cambon muore nel 1948 nella sua villa in Friuli, mentre Trieste è alle prese con un difficile dopoguerra, situata com'è su una frontiera ancora instabile. E la scomparsa di una donna che tanto aveva contato nella vita sociale cittadina passa quasi inosservata.

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