La Trieste del dopoguerra nel sonetto inedito dedicato a Giorgio Joyce

Trovato in un baule appartenuto alla famiglia del figliastro dello scrittore irlandese un dattiloscritto in francese che parla in versi della città dilaniata dalle divisioni e dagli odi

TRIESTE. Una Trieste cupa e dilaniata dal secondo dopoguerra traspare da un sonetto inedito, in francese, dedicato e regalato a Giorgio Joyce, il figlio di James Joyce nato proprio a Trieste. Misterioso l’autore del sonetto, che potrebbe essere lo scrittore orientalista Terence White Gervais. I versi della poesia, scoperta di recente, rimandano a una città affetta da un’”impasse appassionata”, una “Trieste dai così tristi grovigli”, città dai cui fianchi si devono estrarre “coltelli oliati” e il cui cielo ha “perso l'elenco dei diritti”, dove l'amore è finito...

“Sonnet à Trieste”, come si intitola la composizione dattiloscritta, è un’amara riflessione sulla triste immagine di sé che la città offriva al mondo alla fine della Seconda Guerra Mondiale: “Cosa possono fare i tuoi paranchi e i tuoi fari,/ Per tirar fuori dalle fosse dell'odio insanabile / I carichi di esseri umani freschi, impalati e calpestati?” prosegue il componimento poetico, evocando immagini apparse sui tabloid internazionali che già attorno al 1948 avevano pubblicato le foto dei ritrovamenti delle prime foibe.

Foto che potrebbero aver ispirato questo criptico sonetto firmato col solo nome di “Terenzio” e dedicato appunto al figlio di James Joyce: “Per l'amico Giorgio Joyce, Triestino di nascita, ed artista Mondiale”, si legge nella dedica, sempre manoscritta. Un poemetto privato, dunque, che prosegue la sua invettiva verso la città divisa da odii intestini: “Impasse avvelenatrice, incesto spietato”, un luogo caduto nella rete “D'uno sciame di ricattatori di second'ordine”.

Il suo misterioso autore rivolge poi la mente al passato, a pochi decenni prima, quando a inizio '900 Trieste era stata la culla del Modernismo, e si chiede cosa “il tuo Joyce, fra i suoi soli soggettivi (…) E il tuo Rilke a Duino, - nella rovina dell'esilio” possano contro l'odio insanabile che ha lacerato il tessuto sociale della città..., ma nulla più possono, se non lasciarla “brillare” nella sua aggrovigliata “triestesse”. Trieste, città che non può essere liberata nè “liberabile”.

Il sonetto, scritto a macchina, è in francese, mentre la dedica in italiano è vergata a mano. Il singolo foglio, privo di data o busta con mittente, fa parte della donazione che la James Joyce Foundation di Zurigo ha ricevuto da Hans E. Jahnke, figliastro di Giorgio Joyce (1905-1976) consistente in un malandato baule, che doveva aver vissuto molti traslochi, pieno di lettere, cartoline, documenti e manoscritti. Hans Jahnke l'aveva ereditato dalla madre, Asta Jahnke-Osterwalder, che era stata la seconda moglie di Giorgio. Il lascito è ora in corso di digitalizzazione per il catalogo online della National Library of Ireland, e Fritz Senn sta cercando di venire a capo del dilemma sull'attribuzione e classificazione di questo “Sonnet à Trieste”.

Giorgio Joyce era nato a Trieste il 27 giugno 1905, ma dopo il trasferimento della famiglia a Parigi non vi era mai più tornato. Intraprese una mediocre carriera di cantante lirico, sposò la ricca americana Helen Fleischman che gli diede un figlio, Stephen, ma dalla quale presto divorziò. Durante la guerra visse con la madre in Svizzera e nel 1955 si risposò con Asta Jahnke-Osterwalder e si trasferì in Germania. Giorgio non riuscì mai a realizzare pienamente le proprie aspirazioni e divenne dipendente dall'alcol. Morì nel 1976 ed è sepolto vicino al padre nel cimitero di Fluntern a Zurigo.

Chi potrebbe dunque avergli dedicato quei versi che descrivono la sua città natale in termini così sconfortanti? E poi il nome “Terenzio” non è associabile a nessuna delle frequentazioni triestine dei Joyce. Sulla sua possibile identità è stata proposta un'ipotesi interessante dallo scrittore Erik Holmes Schneider: secondo l'esperto di cose joyciane Terenzio potrebbe essere l'esoterico Terence White Gervais alias Gervas d'Olbert (1905-1968), poliglotta poeta, scrittore, orientalista, musicologo e compositore inglese. Il suo nome è menzionato da Richard Ellmann, il biografo di Joyce, il quale riporta che nel 1938 Terence White Gervais aveva chiesto allo scrittore irlandese se “Finnegans Wake” non fosse «un misto di letteratura e di musica». Joyce gli aveva risposto deciso: “No, è musica pura”. E lui: “Ma non ci sono significati da esplorare?”, “No, no,” aveva ribattuto Joyce “si propone di far ridere”.

Gervais aveva raccontato l'aneddoto in una lettera inviata a Ellmann nel 1954, oggi conservata nella McFarlin Library dell'Università di Tusla, negli Stati Uniti. Sembra che Terence White Gervais sia stato un tipo strambo, un nomade alla ricerca di paradisi artificiali. Di lui non si sa molto. A testimonianza della pluralità dei suoi interessi resta una manciata di pubblicazioni: sonetti che oscillano tra satira e surrealismo e saggi che spaziano dalla musica alla psicoanalisi, dall'Oriente alle punizioni corporali. Scrisse su Ferruccio Busoni, compositore che ci riporta a Trieste e a una possibile familiarità di Terence White Gervais con la città. La sua data di nascita ci dice che era coetaneo di Giorgio Joyce. Quindi possiamo immaginare che siano diventati amici a Parigi, dove entrambi frequentavano lo stesso ambiente musicale, e che nel 1938, tramite Giorgio, Gervais abbia ottenuto il permesso d'intervistare il riluttante Joyce a Boulevard Raspail n. 45. Forse i due amici rimasero in contatto epistolare anche dopo la guerra. Se Giorgio fosse in grado di apprezzare o meno il sonetto non ci è dato sapere, sta di fatto che lo conservò nel suo baule tra le carte più personali.

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