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Vittorio Sgarbi elogia l’arte ai tempi del Littorio: «Opere di grande valore»

Bagno di folla per il critico e politico che annuncia un’esposizione al Mart «a partire proprio da Gorizia»

Marco Bisiach
2 minuti di lettura

GORIZIA. «Asmara, in Eritrea, è patrimonio Unesco essenzialmente per la sua architettura, che è architettura fascista. Sarebbe bello che l’Unesco aggiungesse e aggregasse a questo vincolo anche l’Eur a Roma, e le Città di fondazione, da Latina a Sabaudia, fino a Tresigallo». Una riflessione e un chiaro invito insieme, quelli che Vittorio Sgarbi – mattatore ieri alla Tenda Erodoto in barba ad un fastidioso raffreddore – ha proposto di fronte al pubblico del sabato di èStoria. Folla più che pubblico, dato che la sua lectio su “L’arte fascista” ha riempito oltre ogni ordine di posto il grande tendone ai Giardini pubblici, lasciando fuori una parte sostanziosa della fila che si era messa in paziente attesa, con gli organizzatori che hanno poi permesso a molti di “sbirciare” dalle ampie aperture sui lati il suo intervento, lungo un paio d’ore filate, al solito competente e spesso e volentieri frammentato da parentesi e battute assortite, con politica e società nel mirino, che hanno strappato risate e applausi ai presenti. Tutto per arrivare comunque ad un messaggio e un sunto, quelli più strettamente legati al tema della conferenza, ovvero il giudizio «più positivo che negativo» sull’arte ai tempi del fascismo che ha dovuto e probabilmente deve ancora scontare tabù legati al periodo e al contesto politico a cui appartenevano «artisti di grande importanza» e correnti di un «mondo ricco, che ha dato all’Italia la sua ultima grande stagione artistica». Concetti ai quali il critico, storico dell’arte e politico è approdato per la verità dopo una divertita e divertente serie di divagazioni.

Un breve siparietto con il sindaco Rodolfo Ziberna, ad esempio, o quando ha intravvisto tra le prime file nei tratti e nello stile del politico goriziano Livio Bianchini una somiglianza particolare con il giornalista Giampiero Mughini, protagonista con lui della recente e celebre lite al Maurizio Costanzo Show («è nota la mia violenza verbale, ma fin da piccolo sono contrario invece alla violenza fisica», ha detto). Abili e rapide virate poi anche su questioni più serie, come quando ha ribadito il suo pacifismo, in riferimento a quanto sta accadendo in Ucraina e alla posizione del nostro Governo, spiegando che «una guerra non ha vincitori o vinti, si vince solo con la pace». Non sono mancati gli annunci: ecco allora una prossima mostra proprio su “Arte e fascismo” che sarà ospitata dal Mart di Rovereto, di cui Sgarbi è presidente: «Una mostra che idealmente parte qui da Gorizia e da questo appuntamento di èStoria, nel quale mi è stato chiesto di affrontare un tema che in linea generale è stato un tabù sinora – ha detto Sgarbi -. Uno sbaglio, perché invece anche il più convinto comunista ha la chiara percezione ad esempio che l’Eur, a Roma, ha un’importanza enorme per l’architettura italiana. Che poi, con l’arrivo della democrazia, paradossalmente ha vissuto di speculazioni edilizie e di orrori. Ecco, si può dire che l’Eur è stata l’ultima grande idea dell’architettura italiana”. Assistito (ma nemmeno poi sempre, a causa di alcuni problemi tecnici) da una nutritissima serie di immagini, Vittorio Sgarbi ha passato in rassegna decine di artisti che hanno interpretato l’arte in modo differente in epoca fascista, partendo da una figura chiave come quella di Margherita Sarfatti, la donna che di fatto diresse la scena artistica per tutta la prima parte dell’ascesa del regime. Così il critico ha detto dei due movimenti principali arrivati, a Milano e Roma, a riportare l’arte “all’ordine” dopo le avanguardie: “Novecento” e “Valori plastici”. Si è tornati a guardare alla tradizione italiana del ‘400 e, in architettura, si sono fatte largo le idee essenziali che sarebbero state di lì a poco del Razionalismo. «L’arte e l’architettura diventano parte del progetto del regime, e lo Stato si esprime attraverso i lavori pubblici, monumenti di grande portata», ha spiegato Sgarbi, per dire di opere e progetti dalla precisa identità e caratterizzati da un’idea di fondo forte. Che, in seguito, appunto sarebbero venute a mancare.

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