Su una “Due Cavalli” in quattro verso la Grecia e una nuova vita da adulti

È il debutto nel romanzo del giornalista Francesco Antonini Si presenta l’1 giugno a Trieste, prefazione di Matteo Boniciolli

TRIESTE Non c’era una volta il telefono cellulare. E nemmeno la mappa di Google, o TripAdvisor. Negli anni Ottanta ti dovevi arrangiare con i gettoni, le cabine, le carte geografiche. Tutto più difficile in terra straniera, sotto il sole dell’estate greca, quando ti capita l’imprevisto. E che imprevisto. Ma in quell’epoca, 1983, e a quell’età, 19 anni, scrive Francesco Antonini nel suo romanzo di formazione “Due Cavalli” (ZeL Edizioni), il tempo era «rallentato e denso, pieno di cose belle, di emozioni e di facce, così come di paure, ossessioni e tormenti».

È la frase che Matteo Boniciolli – «Intellettuale prestato alla pallacanestro», dice l’autore spiegando la scelta dell’allenatore per la prefazione – estrae dalle prime pagine per riassumere il senso della narrazione: un viaggio verso l’affermazione di sé, della propria autonomia, di quattro studenti triestini verso la Grecia, nelle settimane sospese tra l’esame di maturità e l’università.

Antonini, trent’anni di giornalismo nella carta stampata, tra sport e cultura, politica e cronaca bianca, alle spalle quattro libri su storia e prodotti del territorio (Barcolana. Lo spirito di Trieste tra mare e Carso; Friuli da bere; Nordest da bere e una guida su Palmanova, primo volume della collana “Terre da raccontare”), spiega di esserci cascato pure lui. «Un classico per i giornalisti», di aver sentito «un desiderio quasi irrefrenabile di liberare la penna e passare dal vero al verosimile, dalla realtà all’immaginazione, dal ripetitivo all’imprevisto. È anche una sfida per vedere se si riesce a tenere desta l’attenzione del lettore non più per le 70-80 righe di un articolo, ma per cento e passa pagine».

E così, ripescando nella memoria la mai peraltro dimenticata vacanza in Grecia su una Due Cavalli («Che cavolo sia la Due Cavalli oggi nessun ragazzo saprebbe dire», scrive nella brillante postfazione Donatella Rocco), attraverso la Jugoslavia, direzione Grecia (tutto un po’ a caso, nessuna prenotazione, nessuna meta certa prima di Atene), Antonini è la voce narrante Filippo e, a tratti, il conducente della macchina regalo dei genitori di Giovanni Coppola (papà avvocato, villa sul Carso, paghetta al di sopra della media, un pacchetto di sigarette al giorno, «Marlboro per giunta»). Accanto a loro si piazzano sui sedili «di quel colpo di culo: una macchina tutta nostra per festeggiare come si deve la mitica estate della matura» l’inseparabile amico Alberto Lentini e Lorenzo “Lollo” Visintin, «fare spavaldo, un po’ da boba».

Dalla partenza a un ritorno che non si sarebbe potuto immaginare più malinconico, i quattro si studiano, si conoscono, si divertono, si inventano pranzi e cene, si aiutano, si dividono dopo uno dei tanti colpi di scena del romanzo. Filippo, Vanni, Alberto e Lorenzo sono ragazzi ironici, puliti, ingenui. Hanno sogni, manie e paure. Filippo ha anche il senso del witz, infila nei discorsi le espressioni in latino apprese dal professor Tabacchi negli anni del ginnasio, coltiva già le passioni da adulto per il giornalismo, la musica rock, il calcio brasiliano.

Ma in quel tempo breve di settembre, così denso di sorrisi e dispiaceri, tra sacchi a pelo condivisi e approcci più o meno faticosi con le coetanee, un po’ più adulti lo diventano in quattro. Perché quella vacanza si trasforma a un certo punto in un problema da risolvere grande così. Senza un telefono per comunicare con la famiglia, per chiedere aiuto. Senza una lingua amica in cui trovare conforto.

Mercoledì 1 giugno, alle 18.30 al Caffè San Marco, Antonini racconterà perché e per chi ha trasformato quella storia di gioventù in un romanzo, con una narrazione anche cinematografica, di quasi 230 pagine. «Ma è scritto in grande – rassicura –, come si dice a Trieste. Spero che in tanti si incuriosiscano».

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