Il racconto da Auschwitz di Irène Némirovsky, viaggio dal lusso all’orrore

Federica Lauto pubblica per Le Plurali Edizioni un’autobiografia immaginaria dell’autrice di “Suite francese”. «Volevo rendere giustizia alla voce di questa scrittrice»

TRIESTE Figlia di un banchiere ebreo, nata in Ucraina ma vissuta a Parigi, Irène Némirovsky è uno dei più grandi casi letterari dell’ultimo ventennio. Una vita contrastata, tra miseria e lusso, tra mondanità ed emarginazione, fino alla sua scomparsa ad Auschwitz, nel 1942. È morta a 39 anni, ha scritto 16 romanzi e 50 racconti e diversi autori si sono cimentati con la sua biografia. Nessuno però ha mai raccontato la sua “fine”, gli ultimi giorni della sua esistenza. Lo fa Federica Lauto con “Suite per Irène” (Le Plurali Edizioni, pagg. 328, auro 18), dove la storia privata di Némirovsky si intreccia con la grande storia, dalla Rivoluzione Russa alla Seconda guerra mondiale. Il libro sarà presentato oggi in streaming sulla pagina Fb di Scrittori a domicilio, e il 28 giugno in presenza alle 18 alla Lovat di Trieste con Gaia Stock. L’artificio letterario del romanzo è il ritrovamento di un manoscritto, un diario ereditato da un profilo inventato. Con tale escamotage Lauto dà voce (anche) ai terribili giorni dell’Olocausto.

Com’è nata l’idea?

«Da un momento di noia. Ero alla stazione di Arezzo, avevo un libro che non mi piaceva e davanti sei ore di treno. Quindi in alternativa avevo trovato solo “Suite francese” di Irène Némirovsky. Così sono rimasta inchiodata alla lettura, non soltanto per lo stile, diverso dagli altri libri dell’autrice, ma proprio per la storia rocambolesca del manoscritto ritrovato, scoperto dalle figlie anni dopo la morte di Némirovsky. Da lì ho iniziato a leggere tutta la sua opera e anche quella di chi ne aveva scritto. Va detto che questa ricerca si è intrecciata a un progetto che avevo già iniziato sulla voce delle donne e in particolare sulla voce delle scrittrici».

Si puntualizza a più riprese anche la difficoltà, per uno scrittore, di essere donna. Secondo lei oggi è un problema superato?

«Secondo me no. Non è un problema delle donne che scrivono, è un problema degli altri. Quando Némirovsky pubblica “David Golder”, nessuno crede che lei sia così esperta del mondo della finanza. Ovviamente non è un problema suo, lei il libro lo scrisse con facilità, anche perché erano esperienze che aveva vissuto tramite il lavoro del padre. Sono appunto gli altri che continuano a essere determinati nell’esistenza della cosiddetta letteratura femminile, come se le donne potessero scrivere solo di amore e di cucina. Purtroppo siamo ancora lì».

Come è riuscita a imitare la scrittura dell’autrice francese di origine ucraina?

«Per Némirovsky la sua casa è sempre stata la Francia e forse per una breve parentesi la Finlandia, dove aveva trovato rifugio durante l’adolescenza, oltre al fatto che era la patria della sua governante, la vera madre affettiva. Credo di aver “imitato” la scrittura némirovskyana per la mia stessa ricerca, contemporaneamente alla scrittura c’era anche la lettura delle sue opere».

Qual è i suo romanzo preferito?

«“Il vino della solitudine” e al secondo posto “Il malinteso”, il suo primo romanzo. “Il malinteso” ci restituisce il clima marino e quindi mi riporta alle mie origini acquatiche. Amo anche alcuni suoi racconti come “Aino”, ambientato in Finlandia. E poi “Nascita di una rivoluzione”».

Lei evoca tutte le tappe biografiche di Nemirovsky, dalla rivoluzione russa ad Auschwitz e le figure dominanti della sua vita. Stupisce la crudeltà della madre...

«La madre, nella realtà, era una figura peggiore di come l’ha raccontata. Némirovsky dice poche cose biografiche, incredibili ma vere sulla madre, da quando le chiede di abortire perché “non voleva diventare nonna” a quando sbatte la porta in faccia alle nipoti dopo la guerra. Era una donna completamente scissa, non poteva immaginarsi vecchia e questa figlia le ricordava che non era eternamente giovane. È importante conoscere la biografia di Némirovsky prima di leggere le sue opere, altrimenti rischia di apparirci troppo crudele, mentre se conosciamo la vita capiamo anche il dolore del disamore che ha subito. La sua grandezza è quella di trasformare quel dolore in pietà, così come fa ne “Il ballo”. Già da allora trovava salvezza nella scrittura».

C’è contrasto tra il lusso e l’orrore del campo di concentramento...

«Era necessario intervallare i due piani ed era difficile parlare dell’Olocausto perché puoi inventare fino a un certo punto. La figura della nonna, quale ritrovatrice del manoscritto, serviva appunto a inserire qualcosa di nuovo, che si materializza alla fine, quando nonna Esther ha una storia d’amore nel deserto orrorifico del campo di concentramento. Volevo essere comunque rispettosa della narrazione su Auschwitz, che doveva essere fedele alla realtà».

Qual era il suo obiettivo?

«Volevo rendere giustizia alla voce di questa autrice, così bruscamente interrotta. Pensavo: chissà quanti altri bellissimi romanzi avrebbe potuto scrivere e mi faceva orrore questa fine per un bigliettino che la denunciava, composto tra l’altro da un delatore che si firmava “un buon francese”. Volevo in qualche modo riscattarla, restituirle parola anche su quei giorni terribili che sono stati i suoi ultimi giorni. Quelli che nessuno ha mai raccontato».

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