Il triestino Alberto Bravin: «Con la Pfm ho girato il mondo, ora cambio e salgo sul Big Big Train»

Il pianoforte dai tre anni, le tastiere, il canto, un diploma al Tartini e uno a Londra. «Trieste è piena di musica pulsante. A Milano non esiste una scena così attiva»

TRIESTE «Non abbattersi mai, guardare sempre avanti e spingersi oltre i propri limiti. La passione è una cosa che non mancherà mai a noi musicisti»: questo è il consiglio che Alberto Bravin darebbe a un giovane esordiente, e che sicuramente ha applicato a se stesso. Polistrumentista e cantante, classe 1983, la sua carriera comincia nei ’90 nella band triestina Sinestesia, notata e poi prodotta da Franz Di Cioccio della Pfm. Anni dopo Bravin entrerà proprio nella Pfm, e con loro girerà il mondo per sette anni, finché viene convocato dagli inglesi Big Big Train: ad aprile è stato ufficializzato il suo ingresso nella band come cantante.

Una storia ancora tutta da scrivere. Quando è iniziata?

Molto presto. Ho cominciato a suonare il pianoforte classico a tre anni, i miei genitori erano appassionati di musica e quindi si ascoltavano un sacco di vinili, i Beatles su tutti. Ho studiato le tastiere con il maestro Marco Ballaben alla Scuola di Musica 55, poi la chitarra da autodidatta e il canto è stata l’ultima scoperta, ho preso lezioni da Nicolò Ceriani (e non ho mai smesso, tutt’ora studio canto), poi ho frequentato il conservatorio Tartini. Nei primi 2000 sono andato a Londra, e mi sono diplomato in canto moderno. Nel 2005, tornato a Trieste, ho aperto gli Echoes Studios in Via Economo dove sono passati tanti talenti, triestini e non.

Nel 2004 con i Sinestesia suonate in Piazza Unità prima di Carl Palmer. È lì che incontrate Di Cioccio?

Esatto. Aveva suonato pochi giorni prima con la Pfm e gli abbiamo “allungato” un nostro demo. Ci ha richiamato dicendoci di essere interessato a produrci. Assieme a lui abbiamo pubblicato due album di cui vado molto orgoglioso.

In quel momento avrebbe immaginato che sarebbe entrato un giorno nella Pfm?

Difficile prevederlo. Nel 2015, quando Franco Mussida ha lasciato la Pfm, hanno reclutato Marco Sfogli come chitarrista, gli serviva anche un supporto vocale e multistrumentista (tastiere, chitarra acustica): sono stato contattato da Franz per andare a fare una prova, è andata molto bene e sono rimasto nella band per sette anni.

I momenti più belli con la Pfm?

Ho esordito con loro il 24 aprile 2015 al Teatro Italia di Eboli. Fino a pochi giorni prima ascoltavo quei brani con le mie cuffiette in giro per Trieste, lì invece li stavo suonando e cantando. Solo al primo applauso ho realizzato realmente dov’ero. La più grande soddisfazione è aver visto praticamente tutto il mondo, Stati Uniti, Sud America, Giappone, Europa, oltre a scoprire gemme nascoste in Italia. Uno dei palchi più emozionanti è stato quello dell’Arena di Verona. E anche il festival di Sanremo. Ma adesso ci saranno nuove tappe, l’asticella si sposta sempre più in alto.

Si riferisce all’ingresso nei Big Big Train?

Ne sono entusiasta. Gregory Spawton, bassista e fondatore della band, mi aveva visto con la Pfm a Londra, al Dingwalls di Camden Town nel 2015, si era segnato il mio nome per un’eventuale collaborazione che non è andata mai in porto. Quando purtroppo è mancato il frontman David Longdon (morto a novembre a seguito di un incidente) gli sono venuto in mente e mi ha contattato per chiedermi se avevo piacere di partecipare alle audizioni per il nuovo cantante. Mi sono sentito onorato e ho provato a cantare dei brani, a loro è piaciuto molto ed è seguito un incontro davvero piacevole, sono stati gentilissimi e mi hanno fatto sentire immediatamente a mio agio. Ci siamo reciprocamente trovati bene e quindi mi hanno fatto la proposta di unirmi a loro.

Si trasferirà in Inghilterra?

I Big Big Train fanno base a Londra, anche se nel gruppo c’è un americano, uno svedese, e in questo tour ci sarà un tastierista norvegese, quindi sono tutti abituati a spostamenti. Semplicemente li raggiungerò quando necessario, e poi saremo in giro con i tour. Non sarà così diverso dal raggiungere la Pfm a Milano.

A Milano peraltro ha vissuto. Come mai ha scelto di tornare, di recente, a Trieste?

Ci ho passato sei anni ed è stata un’esperienza bellissima sia personale che lavorativa. Lì è nata la mia bambina, sono tornato a Trieste per una questione legata alla famiglia, per il fatto di avere qui il supporto dei nonni, e poi affetti e amici: una cosa sensata, dopo la parentesi del covid il fatto di tornare in patria è stata una scelta felice e ponderata. Io e mia moglie siamo contenti, pur avendo un po’ di nostalgia di Milano, una città che ci ha dato tanto e ci ha permesso di crescere.

Non ha mai allentato, però, il legame musicale con la città natale?

Trieste è sempre stata piena di iniziative e di musica pulsante, non esiste una scena così attiva – anche se si pensa il contrario – a Milano, dove le distanze sono molto più ampie e ci sono più persone. Per una serie di motivi Trieste è sicuramente un passo avanti, qui trovo talenti e fervore musicale.

Ha collaborato anche con i concittadini Rhapsody of Fire, star del metal.

Ho fatto il tecnico audio durante il tour europeo del 2014, per le date in Messico e quelle in Giappone e per molte altre in Europa. Nel mio studio ho curato la registrazione, l’editing e il mixaggio dell’album “Into the Legend” del 2016. Un lavoro enorme, la band era accompagnata da un’orchestra di 60 elementi, un coro lirico, un quartetto barocco con strumenti originali, far stare tutto assieme è stata un’impresa.

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