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Salieri a Trieste per la prima al Teatro Grande ma Ginevra di Scozia piacque più del suo Annibale

Furono due gli spettacoli commissionati per l’apertura del 21 aprile 1801. Ma il pubblico preferì l’opera di Giovanni Simone Mayr

Elsa Nemec
2 minuti di lettura

A Trieste, quando il 21 aprile 1801, dopo tre anni di lavori venne inaugurato il Teatro Nuovo progettato dai rinomati architetti Giannantonio Selva e Matteo Pertsch, la città stava vivendo “tempi d'incertezza”. Di contro, come si legge in un articolo dell'”Osservatore Triestino” del 24 aprile 1801, quell'evento rientrava in un ampio progetto di crescita socio-culturale della città sostenuto dai maggiorenti locali per contrastare la crisi dei traffici economici causata dal blocco continentale del porto e dalle guerre napoleoniche.

Così il giornale filogovernativo riportava che “sotto il più felice de' governi per la saviezza delle Leggi e per la illibatezza de' Ministri, la bella, la fedele Trieste” s'era meritata un imponente “teatrale edifizio” per ospitare “il più giocondo de' trattenimenti”.

L'impresa era molto coraggiosa. Già all'epoca l'esistenza dei teatri era più che precaria. Nell’800, a prescindere dal costante pericolo di bancarotta che portava appaltatori e impresari alla rovina o al suicidio, nei teatri erano frequenti incidenti d'ogni tipo, dai crolli di parti scenografiche al rischio d’incendi per i materiali infiammabili di cui erano colmi, poiché illuminati con torce e candele che restavano accese durante tutto lo spettacolo. Il Teatro Nuovo di Trieste sarebbe stato dotato d'una “moderna” illuminazione solo nel 1846, quando vi vennero accese 246 fiamme a gas. Nel 1801, il Teatro Nuovo, splendidamente decorato, aprì le sue porte al musicalissimo pubblico triestino con due spettacoli - espressamente commissionati per celebrare l'avvenimento, che – a parere di Giuseppe Radole in “Ricerche sulla vita musicale a Trieste” rispetto al vecchio Teatro S.Pietro “per il luogo, gli artisti ed i mezzi impiegati, impressionarono la gente per l'evidente salto di qualità”.

Si trattava di novità di due dei più noti e richiesti compositori dell'epoca, ovvero l'opera “Ginevra di Scozia” di Giovanni Simone Mayr (1763-1845), un tedesco naturalizzato bergamasco oggi più noto come il maestro di Gaetano Donizetti, e di “Annibale in Capua” del famoso Antonio Salieri (1750-1825).

Nella sua lunga vita, Salieri a Trieste non era mai stato; la sua stella fulgidissima lo aveva portato da Verona a Venezia e poi a Vienna. Era un autore di gran successo, circondato da un'aura leggendaria e inquietante, legata alle voci secondo cui avrebbe avvelenato il povero Wolfgang Amadeus Mozart perché non ne sopportava il genio. La sua fama era straordinaria, visto ch'era addirittura il prestigioso “maestro” di un dotato discepolo quale Ludwig van Beethoven. Le sue circa trenta opere erano state allestite sui palcoscenici di tutte le grandi istituzioni musicali europee.

Come scrive Gianni Gori in “Il Teatro G. Verdi di Trieste”, quando Antonio Salieri arrivò a Trieste nella primavera del 1801 la sua brillante carriera teatrale stava volgendo al termine e “Annibale in Capua”, dramma per musica su libretto di Antonio Simone Sografi, fu la sua penultima opera. Quell'inaugurazione era però per Salieri un'occasione troppo importante, tanto che il compositore si mise in viaggio da Vienna per Trieste per curare personalmente la rappresentazione dell'opera, pur lasciando “l'onere artigianale della concertazione al Rampini e la direzione a Scaramella”. Come riporta “L'Osservatore Triestino”, “Annibale in Capua” andò in scena il 19 maggio 1801 alla presenza dell'autore, ebbe 16 repliche, ma non riuscì ad eguagliare il successo della “Ginevra di Scozia” di Mayr. Il pubblico triestino voleva musiche e spettacoli nuovi, che respirassero lo spirito del tempo in grande evoluzione e Salieri apparteneva ormai a un polveroso passato. Tornato a Vienna, Salieri seguitò a ricoprire il ruolo di Hofkapellmeister fino al 1824. Morì cieco nel 1825, perseguitato dal fantasma di Mozart.—

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