Due scrittori trattati da dissidenti nel processo alla letteratura in Urss che mette in scacco il sistema

È l’ultimo romanzo di Ezio Mauro edito da Feltrinelli. Dal funerale di Pasternak un’indagine del Kgb per portare in aula chi è sfuggito alla morsa della censura



Non è necessario scomodare Emmanuel Carrère o Serena Vitale per dire che il nuovo libro di Ezio Mauro“Lo scrittore senza nome” (Feltrinelli, pp. 333, euro 20) è uno dei romanzi più belli usciti nel 2021.


La parola romanzo può suonare inaspettata: a far alzare il sopracciglio concorrono il nome noto di uno dei più importanti giornalisti italiani e la copertina del libro che, evocando la serietà di un saggio moscovita, manda fuori strada. “Lo scrittore senza nome” è un romanzo che unisce con naturalezza elementi che di rado si combinano: una storia vera oggi poco conosciuta eppure decisiva per comprendere il secolo scorso e un buon pezzo del nostro presente; una scrittura letteraria animata dalla familiarità con un mondo, quello russo, dove il potere della letteratura e della polizia segreta giocavano a scacchi con la società; un’ossessione lunga trent’anni.

Basterebbe una frase per dire il respiro letterario di questo romanzo: “Ho incontrato Julij Daniel’ il giorno in cui è morto.” Non fosse che è l’inizio dei ringraziamenti. Ma andiamo con ordine ed entriamo nella storia del processo che, nel 1966 a Mosca, vide al banco degli imputati la letteratura.

Stalin era morto da più di dieci anni e per un momento si era pensato che nuovo ossigeno potesse circolare. Poi però era arrivato il gelo per il successo mondiale del “Dottor Živago” e il processo a Brodskij. Così al funerale di Pasternak, mentre la bara usciva dalla dacia sorretta da due giovani scrittori, nessuno si stupì di sentire lo scatto poliziesco delle fotografie che fissavano i volti e il momento, a futura memoria. Qualcuno dirà: «Quei due oggi stanno portando la loro sventura».

Quei due sono Andrej Sinjavskij, critico letterario, e Julij Daniel’, traduttore. Amici da una vita. I loro non sono nomi in vista, ma sono già nei dossier. Non compaiono invece da nessuna parte altri due nomi, Abram Terez e Nikolaj Aržak, i loro pseudonimi che presto accenderanno l’attenzione degli Organi di controllo sovietici perché autori di romanzi satirici pubblicati all’estero. Com’è potuto accadere? Chi sono quei due e soprattutto come hanno fatto a eludere i controlli?

Inizia così la cronaca di un’indagine, frustrante e ossessiva, implacabile come qualsiasi azione del Kgb, e poi del processo che il 10 febbraio 1966 vede comparire Sinjavskij e Daniel’ davanti alla corte. Una cronaca che è molto più di una cronaca, perché quello che si mette in scena nel tribunale di Mosca è molto più di un processo. È uno scandalo e l’apertura di un terreno che segnerà la società sovietica negli anni a venire. Lo scandalo: due scrittori, arrestati per contrabbando romanzesco, vengono portati in tribunale come dissidenti. È la prima volta nella storia dell’Urss.

C’è qualcosa di eroico e ribelle che si trasferisce dagli imputanti alla scrittura di Mauro, un’etica tutta russa: senza compromessi e condizioni. È quello lo scacco al processo. Se trasformando gli scrittori in dissidenti il potere pensava di tenere la letteratura fuori dall’aula, accade il contrario: Sinjavskij e Daniel’ non fanno che parlare di personaggi e ruolo dell’autore, nel mondo si mobilitano gli intellettuali. La scrittura, portata a processo, si riprende la scena. I due osano poi dichiararsi innocenti. In pubblico. Per il potere è uno shock, è la prima volta che accade.

Così la Russia intera, in un giovedì qualunque di febbraio, all’ora di pranzo, scopre che non esiste una sola lettura della società, che ogni storia può essere raccontata in modi diversi. Ricordiamocene.

Il finale è scritto in anticipo. Condanna al carcere e al lavoro forzato nel lager, cinque e sette anni. Non basta. Gli Organi hanno ben chiaro l’obiettivo: estinguere Julij Daniel’. No, non ammazzarlo. Fargli il vuoto attorno e in quel vuoto far finire quello che resta: la sua identità, il suo nome, la storia della sua vita. Così questo romanzo, così russo e così letterario, diventa qualcosa di più: il racconto di un uomo, Julij Markovič Daniel’, che cercava di essere libero in un Paese prigioniero. —

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