Il diario di formazione Piero Fancellu da Trieste alla Sardegna, al Brasile



Ha il ritmo musicale e discontinuo dei giochi dei bambini la raccolta di storie di Piero Fancellu. Quei giochi che si fanno, o almeno si facevano fino a pochi anni fa, nei cortili sotto casa, davanti ai garage, negli spiazzi tra un condominio e l'altro. Come “porton”: si disegna con i gessetti sull'asfalto una griglia numerata, caselle in cui si può saltare dentro, con un piede o con due a seconda dei casi, e si procede buttando un sassolino e avanzando come se stessimo muovendo una pedina in un gioco da tavolo. Ma in questo caso siamo proprio noi i piccoli eroi del passatempo domestico e altrettanto piccoli, quotidiani, teneri sono i personaggi di quest'opera prima, costruita con grazia e con cura.


“#momentidimemoria” (Italic Pequod, pp. 102, euro 15) raccoglie dieci racconti di Piero Fancellu, appena presentati, ieri al Knulp, da Gianni Cimador. L'infanzia, l'età in cui tutto accade, spalanca la porta di un forziere da cui arrivano con un salto, che li rende vivissimi e presenti, volti, voci e gesti del passato. Ci sono Trieste e il Carso ma c'è anche la Sardegna, la terra delle origini dell'autore, e c'è addirittura il Brasile, lontanissimo sul mappamondo ma legato a una parentesi importante.

L'io narrante si muove tra le situazioni e i personaggi che gli ruotano attorno osservando le dinamiche, registrando dialoghi, richieste, esternazioni, ricucendo gli episodi che hanno lasciato un segno e che contribuiscono al suo personale sviluppo. «Le storie narrate - spiega Piero Fancellu - appartengono alla mia vita. Mio padre era molto autoritario, da bravo sardo educava alla vecchia maniera: parole dure, che di frequente sconfinavano nella minaccia. Io ero piuttosto ribelle e spesso in fuga da lui. Per quanto assurdo, a suo modo mi voleva bene. La vita ci ha poi dato la possibilità di ritrovarci, come padre e figlio, durante la sua lunga malattia. Recuperare alcuni ricordi del nostro rapporto è stata una sfida, e alla fine una liberazione, un punto di arrivo. Forse un nuovo inizio».

Ma anche il resto è vita vera, la conseguenza di incontri e di esperienze vissute in età adulta. Il bisogno di raccontare e il conseguente progetto di scrittura sono diventati un’esigenza personale, finalizzata a elaborare dolori e gioie.

Ed ecco allora il ricordo della bicicletta nel giardino carsico della casa dell’infanzia, i ritorni in Sardegna, l'incidente che obbliga a un riposo forzato in un bar di Barcola da cui non c'è altro da fare che seguire lo sviluppo delle vicende altrui, le bravate con gli amici e la complicità della sorella, una spiaggia atlantica accanto a uno sconosciuto e infine il complesso incontro con il dolore e il suo superamento.

Dieci racconti intrecciati l'uno all'altro, con lo stesso narratore che a volte reincontra personaggi già comparsi. E un insolito apparato finale, un sommario del tutto originale che ancora racconta dettagli e aggiunge pennellate, quasi a spiegare la genesi stessa delle storie. «In famiglia le decisioni più importanti venivano prese in cucina, dove il capofamiglia stava spesso davanti ai fornelli. Il suo compito sembrava essenziale; entrava nelle discussioni e ne usciva, anche solo posando un piatto sul tavolo». Una sorta di autobiografia in capitoli, dallo stile asciutto e dai contorni accorati: la cronaca del viaggio di formazione del protagonista alla ricerca di una personale libertà interiore. —

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