Rigosi: «Trieste perfetta per Cagliostro che vive in un limbo tra vivi e morti»

Oggi lo sceneggiatore de “La porta rossa” al San Marco con il suo libro “Ciao, vita” «Esploro il tema della malattia e del rapporto con il corpo cambiato dell’altro»



Un regista affermato, un vecchio amico che lo chiama dopo trent’anni di separazione perché sta per morire, e una richiesta dolorosissima che fa riemergere il loro passato inquieto di ragazzi: questo è il cuore di “Ciao, vita(La nave di Teseo, pagg. 512, euro 20), il nuovo romanzo di Giampiero Rigosi che l’autore presenterà oggi alle 18 al Caffè San Marco. Rigosi conosce bene Trieste: insieme a Carlo Lucarelli ha ideato la serie Rai “La porta rossa” e in città visiterà anche il set, dove le riprese della terza stagione sono in corso fino alla prima settimana di dicembre. Lo scrittore maneggia da sempre storie noir connesse col mistero, spesso col poliziesco: è stato sceneggiatore di “Distretto di polizia”, lo è ancora di “L’ispettore Coliandro” dei Manetti Bros. (curiosamente, anche loro a Trieste in questi giorni per girare “Diabolik 2 e 3”). Sulla pagina stavolta, però, ha deciso di lasciare il genere per immergersi nella storia di un’amicizia che, così l’ha definita Carlo Lucarelli, «non ha nulla di giallo ma si legge come un giallo».


Rigosi, da dove nasce l’idea di “Ciao, vita”?

«Molte cose del romanzo mi appartengono: come me, i protagonisti Sergio e Vitaliano sono stati adolescenti nella Bologna della seconda metà degli anni ’70. Volevo esplorare il tema della malattia e del rapporto con il corpo cambiato dell’altro».

Vitaliano, malato terminale, che chiede all’amico Sergio di aiutarlo a morire. Pochi giorni fa il primo malato in Italia ha ottenuto il via libera al suicidio assistito…

«Uno dei temi del libro è proprio il diritto al voler anticipare la partenza, quando il permanere è solo dolore senza reversibilità. Ruota intorno a un patto fatto quando i due protagonisti erano giovani e ubriachi, una promessa come tante che si dicono. Volevo mettere Sergio di fronte all’impegno preso e alla riflessione su cosa sia giusto o meno fare. Le difficoltà non sono solo legali, ma anche di natura etica e umana. È anche un libro sulla doppia faccia della medaglia della fedeltà e del tradimento. Entrambi i protagonisti hanno il timore di aver tradito l’altro: anche senza un fatto eclatante, spesso i piccoli tradimenti provocano rotture nelle amicizie».

Nel romanzo descrive la gestazione di una serie tv e le riunioni di produzione. È stato difficile convincere la Rai a produrre “La porta rossa”, così diversa dalla serialità della tv generalista?

«Abbiamo avuto delle difficoltà. Sia “L’ispettore Coliandro” che “La porta rossa” sono stati parti molto travagliati. Sono entrambi caratterizzati da una commistione di generi: il primo tra l’ironico e il poliziesco, il secondo tra il sentimentale, la ghost story, il noir e il giallo. “La porta rossa” aveva una prima versione più cupa poi, con un po’ di tiro alla fune, siamo arrivati a una storia che soddisfasse sia gli editor Rai che noi autori».

Perché Trieste è l’ambientazione giusta?

«È una città di confine, metaforicamente perfetta per un personaggio come Cagliostro che vive in un limbo tra i vivi e i morti. Nella terza serie ci sarà uno spostamento in Slovenia».

Come ritroviamo i protagonisti?

«Vanessa ha costretto Cagliostro a rimanere per una sorte di piccola vendetta e gelosia, quindi non li troviamo in buoni rapporti. Ci saranno degli sviluppi tra di loro. Anche nella finzione, come nella realtà, saranno passati tre anni dagli eventi della seconda stagione». —

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