Nella villa progettata da Scarpa Vitaliano Trevisan ci parla d’arte

Da oggi a domenica in scena al Rossetti “Il delirio del particolare” con Maria Paiato L’autore: «Mi colpisce la sua opera. Flaubert diceva “Il buon Dio si trova nei dettagli”»  



Un uomo eccentrico, geniale, dal carattere difficile, per alcuni decisamente impossibile. Un perfezionista che di dettagli e sfumature fa una ragione di vita ma che pretende il controllo su tutto ciò che riguarda lui e le persone che gli stanno attorno. A parlarne è una donna, la vedova di un ricco imprenditore, che ritorna nella villa sul lago progettata proprio dall’uomo in questione.


Quest’uomo è Carlo Scarpa, il grande architetto veneziano di fama internazionale che a Trieste ha firmato negli anni Settanta l’ampliamento del Museo Revoltella, e la cui morte avvenuta in Giappone in un incidente è avvolta nel mistero.

C’è questo e molto altro al centro dello spettacolo “Il delirio del particolare” (prodotto dal Centro Teatrale Bresciano e dal Teatro Biondo di Palermo) diretto da Giorgio Sangati e interpretato da Maria Paiato che da oggi a domenica va in scena al Teatro Rossetti. L’autore del testo è lo scrittore e attore Vitaliano Trevisan che in questo caso riflette sull’arte, sulla creazione e sulla ricerca in maniera quasi metafisica.

Che cosa la colpisce di più di Carlo Scarpa?

«Non posso che rispondere: la sua opera. Ciò detto, l'architetto veneziano non è il protagonista del mio testo, la protagonista è un altro personaggio, la Vedova, che peraltro non ha niente a che spartire con la signora Onorina Brion, ma si ispira semmai a Madame du Deffand, grandissima scrittrice, amica di Voltaire e animatrice di uno dei più noti ed esclusivi salotti del Settecento francese».

Nel suo testo Scarpa è ossessionato dai dettagli. I geni secondo lei devono avere una forma di maniacalità che li guida?

«Nel mio testo la Vedova racconta di un architetto ossessionato dai dettagli, sì. In generale, invece, mi appello a una frase di Flaubert: Il buon Dio si trova nei dettagli».

Ha tratto un testo teatrale dal romanzo “Giulietta” di Federico Fellini. Come ha lavorato in quel caso?

«Si tratta di un testo del 2004, elaborato su commissione del regista Walter Malosti e cucito su misura per Michela Cescon, attrice con cui avevo appena lavorato in “Primo amore”, il film di Matteo Garrone. Ho avuto la fortuna di poter lavorare sul testo nel corso di tutto il periodo di prove, a Longiano».

Da attore ha recitato, tra l'altro, nella fiction su Basaglia. Che idea si è fatto della Trieste della psichiatria e del rapporto della città con i matti?

«Trieste ha un rapporto particolare con la pazzia o, se preferisce, con la malattia mentale. I luoghi di confine, per di più di montagna, mostrano sempre una più alta incidenza di sofferenza psichica. E poi c'è stato Franco Basaglia, il cui ricordo è ancora vivo. Devo però rilevare, per esperienza personale, che lo stato attuale dei cosiddetti reparti di psichiatria è a un livello pre-basagliano, perlomeno in Veneto. A Trieste non lo so».

C'è un regista da cui le piacerebbe essere diretto?

«Sì, da John Huston. Ma è morto, ed è inutile parlarne».

Nel memoir “Works” lei sembra delineare un destino segnato per chi cresce nel Nord-Est e in Veneto in particolare. È ancora così o il lavoro e i soldi non segnano più tanto le nuove generazioni?

«I soldi sono sempre centrali. Tutto ruota attorno a loro. La differenza è che le nuove generazioni i soldi li hanno trovati fatti e non sono pochi quelli che vivono di rendita».

La pandemia ha cambiato o sta cambiando qualcosa nel suo rapporto con la scrittura?

«No, non l'ha cambiato di una virgola».

E questo periodo potrebbe ispirarle un testo?

«Sì, certo: la peste è sempre stata di grande ispirazione - penso a Boccaccio, Manzoni, Defoe, Camus, Ionesco, e potrei continuare». —

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