Da Ronchi alla Val Resia nei sette Ecomusei la memoria della regione

Mestieri, voci, tradizioni: nel lavoro di Cortella e Leopardi il patrimonio da tramandare del Friuli Venezia Giulia

il progetto



Sono ritratti del passato e cantieri per il futuro, musei diffusi e senza pareti che rappresentano l’identità di un territorio e della comunità che lo abita, come scrigni che custodiscono paesaggi, valori, mestieri, tradizioni che spaziano dall’artigianato alla gastronomia. Sono sette gli ecomusei del Friuli Venezia Giulia, diversi l’uno dall’altro eppure orientati verso uno scopo comune: essere uno specchio in cui la comunità riconosce se stessa e il luogo al quale appartiene, e che offre ai propri ospiti per raccontarsi e farsi meglio comprendere.

È dedicato alla rete degli ecomusei del Fvg, istituiti sulla base di una legge regionale nel 2015, il documentario “La memoria della terra”, della regista e sceneggiatrice Roberta Cortella. È stato presentato ieri nella sala Tessitori del Consiglio regionale. Promosso dall’associazione Friuli nel mondo e finanziato dalla Direzione lingue minoritarie e corregionali all’estero della Regione, in cinquanta minuti di narrazione e attraverso interviste e immagini il documentario restituisce una fotografia autentica e coinvolgente di questi musei, delle attività che propongono e dei territori dove sorgono, delle persone che ne rappresentano la vita. «È un progetto che valorizza la nostra mission di braccio operativo e portavoce del Fvg nei confronti dei tanti corregionali che vivono all'estero», spiega Loris Basso, presidente dell'ente Friuli nel mondo. Dei sette ecomusei della Regione l’unico in area giuliana è quello di Ronchi dei Legionari, che sotto il nome “Territori” custodisce memorie dei luoghi, un tempo confini di un impero, che vanno dal cantiere di Monfalcone alle trincee del Carso.

L’ecomuseo “Il Cavalîr” è sito invece a Fagagna: qui il padrone di casa è il baco da seta (Cavalîr) simbolo di una coltura che segnò gli splendori e le miserie di tante famiglie. In quello della Val Resia, enclave russofona tra le sponde del Fella e le pendici del Canin, si difende una lingua unica e una tradizione gastronomica che ha reso l’aglio, che qui chiamano stroc, una bandiera del territorio. Nell’ecomuseo “Lis Aganis”, di Maniago, sono più di 70 i soci che lavorano per preservare le tradizioni della pedemontana pordenonese e delle Dolomiti friulane. A Paularo l’ecomuseo “I Mistîrs” conserva officine dove continuano a operare cestai e intagliatori del legno, sarte che producono scarpets. A Gemona l’ecomuseo “delle Acque” racconta di tradizioni e costumi delle genti che abitano questa pianura alluvionale segnata dal terremoto del 1976. Infine, a Bordano, l’ecomuseo della “val del Lago” punta a valorizzare il più esteso lago naturale della regione, quello di Cavazzo, e le tradizioni della valle di cui è il centro.

Per dare vita a quest’opera Cortella, friulana di Montereale Valcellina, ha lavorato come sempre insieme al compagno Marco Leopardi: da tempo lui si occupa delle riprese, lei della narrazione. Tra le collaborazioni più importanti la coppia annovera quella con Geo&Geo di Rai Tre. Questo documentario in particolare ha permesso a Cortella di tornare a occuparsi del proprio territorio, lei che vive da anni in Lazio ma non ha mai reciso il suo legame con il Friuli. Sarà diffuso tramite la rete dei Fogolârs furlans, all’interno degli ecomusei, e da dicembre sul canale YouTube dell’ente Friuli nel mondo. Nell’opera il territorio parla attraverso le interviste alla gente che lo abita: è nel racconto corale che si percepisce l’anima dei luoghi narrati. E sono tante le storie raccolte dall’autrice, accomunate dall’autenticità di un saper fare antico, che non vuole essere dimenticato, che spera nelle nuove generazioni per un passaggio di testimone che gli consenta di sopravvivere. Ecco allora che alle voci storiche degli arrotini della Val di Resia, dei tagliapietre di Clauzetto, delle donne carniche che cuciono gli scarpets, si sommano voci più giovani, accomunate da quell’intelligenza delle mani e quell’estro creativo che ha distinto i loro predecessori. Come quella di Edoardo Braida, che alleva alpaca, api e coltiva zafferano sui monti di Travesio, o Paola Zaccone, immunologa che ha lasciato i laboratori di Cambridge per tornare ai prati della sua val Colvera, dove ha importato e alleva le capre Cashmere. —



Video del giorno

Metropolis/9, Castelli: "Ecco quanto metteremo contro il caro bollette e i ristori in arrivo"

Porridge di avena alla pera e nocciole

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi