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“Piazza Hortis” di Pison, poesie di vecchiaia e diari giovanili inediti

È la recente raccolta dell’ex giornalista del Piccolo (Lint). Un percorso a ritroso nella parola, con tratti profetici

TRIESTE Che cosa sia la poesia è domanda retorica che lasciamo volentieri a preti e filosofi. Che cosa sia un poeta è ancora più complesso, ma fino a un certo punto, spesso all’autore viene sovrapposto l’uomo e l’uomo al poeta tentando inutili connessioni. Come diceva Borges, ogni poesia è misteriosa e neppure il poeta sa cosa gli è concesso di scrivere. Una tesi piuttosto convincente, forse più difficile da digerire a Trieste, dove la cosiddetta “triestinità” letteraria prevede sempre – forse più un tempo che oggi – una certa tensione morale, insomma un legame tra l’artista e l’uomo.

Di Giorgio Pison invece nessuno o molto pochi conoscevano l’inclinazione poetica, almeno fino alla pubblicazione di “Con occhi di tempesta”, nel 2017, raccolta in versi datata 1957-2004 e il cui nucleo è costituito dalla storia. D’altra parte Pison, giornalista per una vita al Piccolo e inviato speciale, di storia si è sempre occupato, oltre ad avere svolto una lunga attività sindacale. «Ma guarda: Giorgio Pison che scrive poesie tormentose o malinconiche. Non me n’ero accorto né avrei potuto immaginarlo», scrive Paolo Rumiz nell’introduzione alla nuova silloge, ricordando anche che era stato proprio Pison a insegnargli il mestiere e soprattutto restituendoci un altro ritratto «carico di divertente autoironia». Riflessione che sposa quella di Gabriella Ziani, in postfazione, quando osserva che «un poeta è sempre il suo profilo sconosciuto».


Ed è vero, e non solo per dare ragione a Borges. Rimanendo in un ambito più popolare, non è poi così inedito che gli attori comici coltivino – nella vita – un lato di profonda depressione, come del resto nella musica i lenti più intensi vengano sempre partoriti da band rock o metallare. E in tal senso nella poesia si annidano ancora più sorprese: si sa, ad esempio, che Ungaretti, da poeta più tragico di Quasimodo, era tuttavia molto più lieve nel vivere.

Un percorso che in Giorgio Pison è evidente in “Piazza Hortis” (Lint, pag. 136, euro 15), l’ultima pubblicazione che si avvale appunto dei due scritti di Rumiz e Ziani e propone un interessante sottotitolo: “Dieci poesie della vecchiaia e quattro Diari giovanili”, dove – va precisato – i Diari sono scritti in versi. Così Pison ci conduce nella sua poetica a ritroso, partendo dagli ultimi testi, e neppure il fatto che siano profetici stupisce, poesia e predizione è una lezione imparata da Eliot.

Stilati nel 2018-2019, i versi d’apertura di Pison ci narrano la sua personale terra devastata: “una storia di pozzi asciutti / specie estinte e popoli eccedenti”. Soprattutto “Orde di bruti schiumano sui social / che ascoltando cialtroni e ciarlatani / che le credenze al posto delle scienze…”. Più profetico di così. Ma c’è anche lo struggimento di un passato reso lirico, quando appunto la strada è quasi consumata e la domanda più urgente è: chi sei tu?

Sono i Diari però a catturare l’attenzione, poesie concepite tra i 17 e i 22 anni, testi inediti che l’autore decide ora di pubblicare perché l’occhio critico è sufficientemente pulito, grazie alla distanza. Così seguiamo il tratto stilistico che, se nei primi Diari risente quasi di uno sperimentalismo per frammenti alla Celan (Il Celan di “Microliti”), trova poi la sua voce in una visionarietà che sa alternarsi alla più consueta realtà. Un esempio è la poesia “Mario Bar”. Paesaggi, ritratti, donne, città, amici, storie di padri, flash panoramici dove in genere è sempre la natura a dettare il tratto psicologico dei soggetti. Quadri postbellici in cui è facile immaginare prospetti urbani, campestri, l’inizio e la fine degli amori, ma anche testi metapoetici: la parola, appunto, è un elemento della sua poetica. L’esistenza è squadernata emotivamente in un dire che si alimenta di una tecnica colta e che dà il suo meglio quando affonda in un ermetismo alla Bigongiari. Soprattutto nei Diari del 1955-1956, dove l’asindeto (le giustapposizioni senza legami) si affievolisce. O quando Pison riesce a conciliare quadri immaginifici e realtà, un po’ come un certo neorealismo meridionale, alla Rocco Scotellaro, così in “A Reuven”, “Toscana” o nella magnifica “Un altro settembre” dove appunto, per ridare ragione a Borges, il poeta in fondo è le sue parole, ciò che non si conoscerà mai completamente. L’uomo invece, il giornalista, l’inviato, l’ironico, il sindacalista, è indubbiamente di più facile comprensione. —
 

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