“Storie di fuoco” di Macry lega i fratelli Stuparich all’inglese George Orwell



Cos’ha in comune Scipio Slataper con i terroristi delle Brigate rosse? Quale filo unisce gli irredentisti Giani e Carlo Stuparich a George Orwell, l’autore di “1984” e a Valerio Fioravanti, il fascista condannato per la strage di Bologna? E Ada Gobetti, la moglie di Piero che fu a capo dei partigiani piemontesi di Giustizia e Libertà quale punto di contatto può avere con Francesca Mambro, la terrorista nera condannata a ben nove ergastoli?


Sono donne e uomini che si sono votati al demone della politica, che hanno scelto di battersi a mano armata per una causa e hanno messo il proprio corpo a disposizione di una ideologia, di una nazione, di un partito. Affrontando il nodo della morte e diventando testimoni dell’intreccio fra politica ed esistenza hanno vissuto un’esperienza talmente profonda da non conoscere né tempo né spazio. Sono, le loro, “Storie di fuoco” (Il Mulino, 251 pagg., 16 euro), come le ha chiamate lo storico dell’età contemporanea Paolo Macry, che fa dialogare decine di biografie, costruite sulle testimonianze che hanno lasciato protagonisti.

Arrivano dal remoto Ottocento, come quella di Santorre di Santarosa, il nobile piemontese che andò a morire per la libertà della Grecia, nel 1824, dopo aver peregrinato per mezza Europa per scappare alla grinfie della polizia abbandonando moglie e figli, o dagli anni Quaranta del secolo scoro, come quella di Carlo Mazzantini, che scelse, sapendo di andare incontro alla sconfitta, di arruolarsi con i fascisti di Salò.Protagonista del libro non è la storia, ma colui che scrive, prende appunti, si confessa, ricorda, sia esso un cospiratore, un militante politico, un partigiano o un volontario di guerra.

Come Ludwig Wittgenstein, che allo scoppio della prima guerra mondiale scelse di abbandonare gli studi a Cambridge e fece di tutto per arruolarsi, nonostante fosse stato esonerato per un’ernia inguinale. Non gli interessava della patria, lui voleva gettandosi nella mischia, diventare un uomo, raggiungere il “perfezionamento interiore”. Steso sulla paglia su un barcone in navigazione sulla Vistola, Wittgenstein si estraniava dalla guerra e scriveva il suo “Tractatus”, l’opera che lo consegnò alla fama.

Alla patria si erano votati invece i tre irredentisti, gli amici triestini, Carlo e Giani Stuparich e Scipio Slataper, che con il fuoco nelle vene lasciarono l’austriaca Trieste per arruolarsi nell’esercito italiano e combattere in trincea, tutti ardore e sentimento.

Mentre dall’altra parte, in quegli stessi anni, con snobismo glaciale Ernst Junger percorreva il campo di battaglia annotando senza emozione, ma con una punta di divertimento, i corpi senza testa dei soldati, le lingue mangiate dai gatti, le ubriacature collettive. Se volessimo trovare il punto focale da cui prende le mosse Macry, potremmo indicare nell’inquietudine la molla che ha spinto gli uomini e le donne di questo libro a fare scelte politiche dure, estreme, poco meno che comprensibili. Hanno cercato di rispondere ai loro tempi difficili mettendo in gioco la propria sfera privata.

«Di loro non mi interessava che combattessero dalla parte giusta o sbagliata - scrive Macry - mi affascinava che avessero deciso di mettersi in cammino». —





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