Laggiù nel continente buio ci sono mondi tutti da scoprire che attirano anche agli astronauti

Francesco Sauro pubblica per Il Saggiatore un volume che mischia avventura esplorazione, scienza e la mania tutta umana di svelare l’ignoto profondo



Nell’epoca in cui sonar, radar, satelliti e altri marchingegni ci permettono di osservare tutto e ovunque sulla superficie terrestre, dalle foreste impenetrabili alle più alte montagne fino ai fondali marini, «non esiste ancora alcuno strumento che ci permetta di vedere con chiarezza e dettaglio al di sotto della superficie del nostro pianeta. Ed è così che il continente buio è rimasto l’ultima grande frontiera dell’esplorazione terrestre. Un luogo dove possiamo ancora giocare e ritrovare la nostra natura atavica di esploratori». Francesco Sauro nonostante la giovane età (è dell’84) è considerato uno dei maggiori speleologi al mondo, docente di Geologia planetaria all’Università di Bologna è anche consulente per l’Agenzia spaziale europea (addestra gli astronauti a cavarsela sottoterra), e quasi non c’è luogo del globo, anzi del mondo di sotto, dove non sia andato a ficcare il naso. Quando nel 1976 Andrea Gobetti pubblicava il libro “Una frontiera da immaginare” - testo che dava una motivazione per così dire socio-esistenziale alla voglia di esplorare il sottosuolo -, Francesco Sauro non era ancora nato. Eppure ha recuperato in fretta, come racconta nel suo nuovo libro “Il continente buio” (Il Saggiatore, pagg. 316, euro 22), ovvero “Caverne, grotte e misteri sotterranei. Alla scoperta del mondo sotto i nostri piedi” come dice il sottotitlo. È, diciamolo subito, un libro straordinario per la capacità di calare - appunto - il lettore in una avvincente narrazione che è insieme avventura, scienza, passione (in qualche caso, anzi più di un caso, ossessione). In queste pagine c’è di tutto: gli esordi da ragazzino infilandosi nella caverna del Cóvolo di Camposilvano sui monti Lessini, le prime sorprese e paure, i primi grandi record negli abissi della Spluga della Preta, la decisione di dedicare la vita alla scoperta del sottosuolo. E poi le tante, tantissime avventure nel mondo, dalle grotte ghiacciate della Groelandia a quelle vulcaniche fino all’eccezionale esplorazione alla Cueva de los Cristales, a Naica, un posto incredibile dove crescono cristalli giganteschi. Non mancano nemmeno le Grotte di San Canziano, perché va bene tutto, ma il Carso è il Carso e il Timavo è il Timavo.


“Il continente buio” è insomma il memoir di un esploratore puro, un libro destinato a rimanere negli scaffali dei grandi racconti di esplorazione. Perché al di là dell’impresa, ciò che conta, e che Sauro rimarca a ogni riga, è l’impulso ad andare là dove nessun essere umano ha mai messo piede prima, è la spinta a togliere il velo all’ignoto, a fare luce là dove il buio nasconde interi mondi, piccoli o grandi che siano. E lo stesso universo “degli speleologi è ricco di persone entusiaste e inarrestabili”, mentre l’esplorazione diretta, “questo assalto umano della prossimità”, è la cifra che svela ciò che siamo, ciò che siamo stati e ciò che potremmo essere. Non è un caso che gli astronauti addestrati da Sauro - primo fra tutti Luca Parmitano - si siano a loro volta appassionati alle geografie del vuoto. Luoghi dove, come nello spazio, si può avere l’esperienza diretta del tempo profondo. —

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