Carlotta e i suoi fratelli degli abissi I segreti del grande squalo bianco



Da generazioni a Trieste e dintorni tutti conoscono Carlotta, l’esemplare di grande squalo bianco catturato il 3 ottobre 1909 a Lukovo nella tonnara di Ivan Skomerza. Uccisa e imbalsamata, recentemente restaurata, Carlotta da oltre un secolo fa bella mostra di sé al Museo di Storia Naturale di Trieste. Lunga 6,6 metri, è uno dei più grandi esemplari mai catturati al mondo di squalo bianco, Carcharodon carcharias, il re dei predatori di mari e oceani, reso celebre dal film “Lo squalo” di Spielberg. La vecchia Carlotta ci ricorda come in un tempo nemmeno troppo lontano il tratto di mare tra il golfo di Trieste e la Dalmazia fosse piuttosto frequentato dai grandi squali bianchi, allora attratti dalle tonnare presenti nell’area (quattordici quelle attive sul litorale triestino e più di venti nel Quarnero) e dagli esemplari di foca monaca che ancora bazzicavano le coste dalmate. La presenza di squali bianchi era così frequente che nell’aprile del 1872 i Governi Marittimi di Trieste e Fiume, emisero una “notificazione” che prevedeva un premio per la cattura e uccisione dei “Pesci Cani”, come erano chiamati gli squali bianchi. Misura che si applicava unicamente ad esemplari della specie catturati nelle acque territoriali della monarchia austro-ungarica. Le autorità stabilirono un compenso di venti fiorini per le catture di esemplari lunghi meno di un metro, trenta per esemplari da uno a quattro metri; e cento fiorini se lo squalo superava la misura di quattro metri. Nel caso di un avvistamento di uno squalo oltre i quattro metri, si bandiva una gara mirata alla cattura che portava il premio fino a 500 fiorini.


Ma erano altri tempi. Oggi la popolazione di squali bianchi in tutto il Mediterraneo - e in particolare in Adriatico dove è diventato molto raro - è ridotta a poche decine di esemplari. Eppure, “sebbene lo squalo bianco sia essenzialmente raro nel mar Mediterraneo, quest’area, dal punto di vista comparativo, dovrebbe essere classificata come uno dei centri globali di riproduzione e abbondanza per la specie. Dunque, dovrebbe essere prioritario dirigere gli sforzi di ricerca sulla dinamica della popolazione cercando di marcare diversi esemplari maturi lungo la coste siciliane o nel mar Tirreno centrale”.

Lo scrive Primo Micarelli, biologo, docente all’Università di Siena e direttore del Centro Studi Squali di Massa Marittima, nel libro “Lo squalo bianco - Biologia, ecologia ed etologia” (Edizioni libreriauniversitaria.it, pagg. 187, euro 19,90, prefazione di Giuseppe Notarbartolo di Sciara), prima monografia scientifica in lingua italiana, aggiornata con i più recenti studi sul grande predatore. Da vent’anni Micarelli coordina spedizioni scientifiche dedicate alle varie specie di squali in Sudafrica, Madagascar, Gibuti e nel Mediterraneo, e in particolare è un frequentatore assiduo di uno degli hot spot mondiali più popolati dal grande squalo bianco, Gansbaai, in Sudafrica, nella Riserva Naturale di Dyer Island. In tanti anni di ricerche e immersioni in gabbia a tu per tu con i grandi squali bianchi, Micarelli ha raccolto una quantità di dati e risultati scientifici che gli anno permesso di fare luce su molti aspetti della loro misteriosa vita, dall’evoluzione agli habitat, alle esigenze alimentari e ai loro spostamenti migratori. Arrivando alla conclusione che la salvaguardia di questi predatori è quantomai essenziale per la tutela di tutti gli ecosistemi marini. Una tutela che passa anche attraverso l’incremento dell’ecoturismo, lo shark-watching, l’osservazione da vicino - in condizioni di sicurezza e nei loro contesti naturali - di una specie condannata a scontare una fama da “mangiatrice di uomini” che, dati scientifici alla mano, non gli appartiene. —

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