Il cult “La vergine di Shandigor” dalla Svizzera a Science+Fiction

Un focus di sette film sul misconosciuto cinema di fantascienza elvetico. Oggi il thriller “Animals” sconvolge il tranquillo universo centroeuropeo

TRIESTE Che la patria di Guglielmo Tell sapesse fare centro anche nel cinema, a Trieste lo si sapeva già da tempo grazie ad Alpe Adria Cinema. Tocca ora al Science+Fiction 2021 confermare la sorprendente qualità della cinematografia svizzera anche nel genere fantastico, grazie al focus di sette film dedicato al misconosciuto cinema di fantascienza elvetico organizzato dal festival triestino con Swiss Film, l’ente di promozione per i film svizzeri all’estero, in collaborazione con il prestigioso festival di Neuchâtel.

Non è solo la prevedibile ricchezza di mezzi al di sopra della media a rendere interessanti i film della confederazione, ma anche la vocazione sperimentale derivante dall’assenza di tradizione e dalla “fortuna” di non dover rispondere necessariamente ai vincoli del box office, nonché la naturale possibilità di assorbire le influenze delle forti cinematografie circostanti (italiana, francese, mitteleuropea).

Il dirompente film simbolo della libertà creativa di questa rara retrospettiva, composta da cinque opere recenti e due classici, è senz’altro il cult vintage “La vergine di Shandigor” (“L’inconnu de Shandigor”, 1967), bizzarra parodia spionistica di Jean-Louis Roy, in programma oggi al cinema Ariston alle 19.30. Se i fan dei B-Movies anni ’60 pensavano di essersi saziati con i piccoli e geniali film fantastici di Bava, Freda e Margheriti, non possono perdere questo gioiello di esercizio di stile capace di sorprendere dal primo all’ultimo fotogramma. Una riscoperta che caratterizza Science+Fiction come vero festival di ricerca.

È noto che i film di James Bond avessero subito influenzato anche il cinema d’autore, come Kubrick ne “Il dottor Stranamore” (1964) e Godard in “Alphaville” (1965). Da questi due titoli (e dal “Mr. Arkadin” di Welles) parte il lavoro di rielaborazione e di azzardo formale di Jean-Louis Roy, regista con una lunga gavetta televisiva e assistente di Claude Goretta, che con “La vergine di Shandigor” rappresentò nel 1967 la Svizzera ai festival di Cannes e di Locarno.

Il canovaccio è quello legato alla paura del nucleare di tante piccole produzioni europee di genere dell’epoca (girate anche a Trieste come “Paga o muori” o “La locanda delle bambole crudeli”). Il solito scienziato eccentrico, che qui quasi inevitabilmente si chiama Von Krantz, costretto sulla sedia a rotelle e aiutato dalla bella figlia Sylvaine, ha scoperto un dispositivo che può neutralizzare ogni tipo di bomba atomica, attirandosi le attenzioni dei servizi segreti di tutto il mondo. Come già detto, quello che conta nel film di Roy sono le incessanti trovate visive, degne di un Mario Bava, imbastite intorno ai cliché, che vanno dal gotico al barocco, dal surrealismo all’estetica pop. Non manca Serge Gainsbourg che suona in guanti neri al piano “Bye bye mister spy”. Girato fra Ginevra e Barcellona, “La vergine di Shandigor” coniuga visioni espressioniste e il liberty fantastico di Gaudì, e sembra un surreale sogno ad occhi aperti su tutto ciò che, dai tempi della Guerra fredda, immaginiamo come “intrigo internazionale”.

Sempre oggi la retrospettiva svizzera presenta, alle 22 all’Ariston, “Animals” (2017) di Greg Zglinski, un thriller esemplare della capacità del cinema elvetico recente di realizzare prodotti di genere rigorosi ed efficaci, mettendo in discussione l’apparente tranquillità benestante dell’universo centroeuropeo. Qui una coppia agiata, lui e lei entrambi manager, partono per una vacanza in montagna nel loro chalet, ma il banale investimento di una pecora sarà solo l’inizio di una serie di fatti inquietanti che minaccerà le loro sicurezze e il loro equilibrio mentale ed esistenziale.

Un altro pregevole e attualissimo classico svizzero, passato invece ieri, è “Grauzone” (1979) di Fredi M. Murer. Si tratta di un intrigante mockumentary in cui una giovane coppia deve affrontare una misteriosa epidemia che il governo cerca di insabbiare: un ritratto impressionante della società del controllo elvetica che prefigura i movimenti di rivolta a Zurigo del 1980.

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