“Quando l’arte va a ruba” C’è anche Trieste nella storia delle razzie

Il giornalista triestino Fabio Isman in un libro pubblicato da Giunti racconta i più clamorosi  furti di opere in tutto il mondo, dai saccheggi durante le guerre alle “commissioni” della mafia 

l’intervista



Dipinti, statue, reperti archeologici, libri antichi, manoscritti, mobili, monete, reliquie: i beni che quotidianamente vengono depredati da case private ma anche da musei e soprattutto da chiese sono tanti, troppi. Nel 2019 soltanto in Italia sono state 345 le denunce, quasi una ogni giorno. Molto, per fortuna, grazie all’abilità e alla bravura degli 007 dell’arte, dei nostri Carabinieri del nucleo per la tutela del patrimonio culturale viene recuperato, ma più o meno altrettanto, purtroppo, è da considerarsi perduto per sempre. Le storie sono le più strane, a volte persino divertenti; da alcune, anzi da molte, si potrebbero trarre dei film, scegliendo per protagonisti tombaroli comuni o assoluti insospettabili, come direttori di biblioteche che anziché salvaguardarle, le derubano.

C’è il “Takeaway Rembrandt”, il dipinto “da asporto” come è stato soprannominato dagli inglesi il ritratto di Jacob de Gheyn III del 1632, rubato ben quattro volte dalla Dulwich Picture Gallery di Londra: di piccole dimensioni, la prima volta è stato recuperato in un cespuglio, la seconda sulla bici utilizzata dal ladro, la terza in un taxi, la quarta in un deposito bagagli della stazione ferroviaria di Münster, in Germania. O la vicenda del nostro connazionale Vincenzo Peruggia che voleva riportare in Italia la Gioconda e dopo averla prelevata al Louvre, forse per l’emozione, se ne va sull’autobus sbagliato.

Tutte storie raccontate nel libro di Fabio Isman, appena uscito nelle librerie, “Quando l’arte va a ruba. Furti e saccheggi, nel mondo e nei secoli” (Giunti Editore, pagg. 224, ill., euro 29). Giornalista di famiglia triestina, Isman ha lavorato anche alla redazione del “Piccolo”, da anni si occupa di beni culturali collaborando con varie riviste tra cui “Art e Dossier” dove tiene la rubrica fissa “La pagina nera”.

Qual è il furto più clamoroso o incredibile in cui si è imbattuto?

«Difficile fare una classifica: è abbastanza clamoroso che per ritrovare i due Van Gogh e l’ultimo quadro di Cézanne della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma sia stato fatto intervenire dagli Stati Uniti un agente sotto copertura che si occupava di droga per fingersi il possibile acquirente. I carabinieri sapevano chi erano i ladri ma non dove avessero nascosto le opere. Con un miliardo in banconote prestate dalla Banca d’Italia dentro una valigetta l’agente si presenta ai malviventi che dopo aver verificato l’autenticità del denaro, danno l’ordine di far giungere i dipinti da Torino a Roma, venendo così catturati e facendo recuperare le opere.Ma c’è poi l’autoritratto di Rembrandt di Stoccarda rubato con la barca lasciata posteggiata nel canale vicino al museo. Incredibile come i Carabinieri abbiano recuperato l’orologio che fino al ‘61 stava sul Torrino del Quirinale, dato ad una scuola e finito poi sul mercato, o lo scudo in bronzo dorato donato dai siciliani a Garibaldi, ritrovato sotto il letto di un architetto a Roma».

Qual è il furto invece che a tutt’oggi rimane ancora avvolto nel mistero?

«Il più grande, grave, mistero rimane il Caravaggio di Palermo. Giulio Carlo Argan diceva che le Natività erano le prede preferite nelle chiese e nelle sagrestie perché da un dipinto se ne ricavano cinque: il Bambino, la Madonna, San Giuseppe, il bue e l’asinello. Sulla “Natività” del Caravaggio non si capisce nulla, tra i pentiti di mafia ognuno dice la sua e spesso si contraddicono; non si sa dove sia né se esista ancora».

Nel suo libro racconta di furti e saccheggi dalla notte dei tempi: dagli antichi romani ai crociati per giungere a Napoleone e Hitler.

«Il primo processo per arte altrui è probabilmente quello di Cicerone contro Verre. Dopo Napoleone che comunque inseguiva l’idea di un grande museo popolare, Hitler ha fatto le peggiori razzie per realizzare un museo faraonico intestato a sé, a Linz: nel mio libro c’è la foto di lui che ancora nel febbraio del 1945 ne osserva il plastico nel bunker della Cancelleria di Berlino. Rodolfo Siviero il più grande cacciatore di opere sottratte dai nazisti in Italia, agente segreto, esperto d’arte, che molto è riuscito a recuperare, ha lasciato un catalogo con i 2356 pezzi che ancora cercava. Tra questi vengono citati anche i 50 dipinti del triestino Ettore Modiano che allora stava a Bologna».

Cosa si sa delle opere sequestrate a Trieste alle famiglie di origine ebraica?

«Nel catalogo di Siviero c’è una valanga di notizie che riguardano Trieste, come i 13 tappeti di Arnoldo Frigessi di Rattalma direttore generale e presidente della Ras, spariti dal caveau delle assicurazioni dove li aveva nascosti. Sono sparite tutte o in parte le collezioni di Filippo Brunner e di Enrico Morpurgo, portati via i quadri di Gino Pincherle tra cui c’era un Palma il Giovane. I mobili antichi di Giacomo Iachia vengono venduti all’asta da Dorotheum a Salisburgo nel novembre del ‘45. Nel Magazzino 23 del Porto Franco c’erano beni appartenuti a famiglie di origine ebraica assicurati nel ‘39 per 60 milioni di lire. Da un rapporto americano risulta che buona parte dei beni portati via agli ebrei di Trieste, arredi e dipinti, sono stati mandati in Germania, venduti, oppure, “riutilizzati altrove, in altri appartamenti della città». —

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