Due amiche crescono a Tenerife tra la tradizione e la connessione

“Pancia d’asino” è il fulminante debutto della giovanissima Andrea Abreu, giornalista: romanzo di formazione edito da Ponte alle Grazie



Chi ha amato “L'amica geniale” della Ferrante e chi ha apprezzato “L'acqua del lago non è mai dolce” della Caminito non potrà non restare affascinato da un fulminante romanzo d'esordio che ci arriva dalle Isole Canarie. Si tratta di “Pancia d'asino” della giovanissima Andrea Abreu, nata a Tenerife nel 1995 e di professione giornalista, ora proposto da Ponte alle Grazie per la calzante traduzione di Ilide Carmignani (pp. 150, euro 15). Ci troviamo a Tenerife, sull'Oceano Atlantico, al largo della costa occidentale dell'Africa, e più precisamente in un 'barrio' a nord dell'isola denominato 'pancia d'asino', collocato proprio sulle pendici del monte Teide, minaccioso 'vulcano dormiente', che potrebbe risvegliarsi dopo 50 anni proprio come in questi giorni s'è risvegliato il vulcano Cumbre Vieja a La Palma, un'altra delle isole che formano l'arcipelago spagnolo delle Canarie, e che ha distrutto centinaia di case, devastate dalla lava che continua a fluire verso la costa seppellendo ogni cosa e arrivando fino al mare.


Nel mezzo di questa natura minacciosa, in un punto dell'isola che è sempre coperto da una cappa di nuvole grigie, vivono due bambine immerse nella modernità dei social del XXI secolo, ma anche in una società ancora legata a tradizioni antichissime tramandate dalle nonne. Sono fuori dal mondo, ma grazie al web sono interconnesse con l'universo. A dieci anni si ha già una vita da raccontare, ed è quello che fa con imperfetti ed esilaranti mezzi linguistici l'io narrante di questo bellissimo libro: una delle due bambine che ricostruisce la storia della sua amicizia con la coetanea Isora e la loro ultima estate, e che conosciamo solo per il soprannome che quest'ultima le ha dato: “Shit” (merda). Isora è nondimeno la sua amica del cuore, la compagna di scuola e di avventure, una tipetta impavida, volitiva e coraggiosa, sfacciata e irriverente, un modello inarrivabile e inimitabile. Isora è così speciale che si può solo amarla o odiarla, ma con lei c'è sempre qualche cosa da scoprire, soprattutto quando ci si trova dentro un corpo pre-adolescenziale che va trasformandosi rapidamente in modo inquietante.

Il racconto di questa acerba, sensuale amicizia è raccontata con le parole dirette dell'infanzia, dove fare pipì è fare pipì e dove gli agriturismi sono 'griturismi” e dove le bambine sono golose di “patatine, snek, cips, creker, emenems, senduiccini, ciambelle, meringhe, fanta, clipper, sevenap, succhini di ananas, e succhini di mela”. E se Isora si abbuffa, come è suo solito fare, allora “vomita come un gatto”.

Le due bambine vivono con le nonne, le mamme troppo impegnate a lavorare a sud dell'isola. Finita la scuola vorrebbero andare al mare, che è lì tutto attorno, ma che appare tanto lontano. Nessuno degli adulti ha tempo per loro. Nessuno è disposto a rinunciare a una giornata di lavoro per portarle a nuotare. Abbandonate a loro stesse passano le giornate a esplorare il mondo oltre il loro 'barrio', ma anche le proprie sensazioni, come quella strana voglia di mangiarsi l'un l'altra. C'è tanto da imparare, anche con quei stupidini degli amichetti di scuola che scatenano assurde gelosie, o del vicino di casa, Juanita Banana, un bambino che preferisce le bambole alle pistole. Assetate di vita, perché ogni estate è l'ultima estate. —

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