Martedì in regalo l’inserto che racconta il “Carso” tra storia, natura e folclore

Le tracce lasciate dalle guerre, ma anche lo sport, le passeggiate, le osmize. La settima delle dieci parole scelte per festeggiare i 140 anni del Piccolo

TRIESTE I mille volti del Carso. Da landa desolata ad altura boschiva. Da campo di battaglia a luogo di amene gite. Da terra aspra e selvaggia a terra del buon vino. La prima volta che Massimiliano d’Asburgo capitò a Trieste fu colpito dal dover attraversare quel deserto di pietra che improvvisamente si affacciava sul mare. E nel maggio del 1895 il quotidiano “Il Piccolo” annunciava la volontà governativa di voler rimboscare l’altopiano sopra la città, dando avvio a uno dei più giganteschi piani di piantumazione allora in Europa, con l’innesto nella landa carsica di quasi sessanta milioni di alberi. Oggi facciamo fatica a immaginare come fosse il Carso triestino prima di quell’intervento.

Alla parola “Carso” è dedicato l’inserto di settembre della serie mensile ispirata ai 140 anni di vita e di cronache de “Il Piccolo”. Il settimo inserto - dopo le pagine dedicate a Bora, Caffè, Lingue, Bagni, Mule, Sardoni -, esce martedì insieme al quotidiano, e come sempre è illustrato dalle fotografie storiche messe a disposizione dalla Fototeca comunale dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste. Immagini che fermano alcuni momenti di ciò che è stato ed è il Carso, micromondo che nei suoi tanti aspetti riassume in sé la storia e il carattere di Trieste. Nel racconto che apre l’inserto lo scrittore Luigi Nacci, che il Carso lo conosce come le sue tasche, ricorda come ci sia un Carso per ciascuno di noi. Qualcuno, nel passato, lo vedeva come una landa desolata, lo scrittore Julius Levy lo definì “magazzino degli scarti di natura”. Gli storici - come chiunque abbia sensibilità del passato - vedono in questa terra le tracce lasciate dalle guerre e dalle stragi, il sangue versato in nome della Storia. E oggi i più lo vivono nella gioia delle gite fuori porta, nell’allegria delle osmize, nelle pedalate lungo sterrati e ciclabili, nelle arrampicate e nelle esplorazioni sotterrane.

Ma a sfogliare le pagine storiche de “Il Piccolo” si scopre come, sul finire dell’Ottocento, il Carso fosse anche terra di contrabbandieri, che a bande venivano sorpresi dalla guardie con sacchi di zucchero e caffè, e spesso ci scappava lo scontro a fuoco. Ma anche, e ancora, era luogo di gare sportive oggi scomparse, come quando, nel freddo inverno del 1931, la Società Alpina delle Giulie inaugurò, si legge sul Piccolo del 21 dicembre, una breve stagione di pattinaggio su ghiaccio “avente per campo di gara il lago di Percedol”. E poi ci sono le tradizioni. Come le Nozze Carsiche, le vendemmie, le feste del folclore sloveno.

Ed è, il Carso, terra che segna anche il carattere della sua gente. L’attrice Emanuela Grimalda, testimonial di questo inserto, lo confessa: «Mi ritengo un fiume carsico: appaio e scompaio, nella mia vita artistica e di persona». Ma a dispetto dei suoi mille volti, o forse proprio per questo, il Carso oggi è un territorio che non si può non amare. Lo testimoniano i quattro personaggi che raccontano ciascuno il “suo” Carso: l’apicoltore Aleš Pernarčič, il geologo Luca Zini, il viticoltore Gregor Budin, la guida naturalistica Alice Sattolo. Per loro, ma come per tanti triestini, il Carso è casa.

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