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Diventa internazionale la storia di Marco il pinguino emigrante adottato da Trieste

Esce in lingua inglese edito da MgsPress il libro di Roberto Covaz che ricostruisce la vicenda come una fiaba

Appartenente alla specie “Spheniscus demersus”, altrimenti detto pinguino africano, per ragioni di cuore e non solo di celebrità è stato e sarà sempre “Marco il pinguino di Trieste”, come nel titolo del libro di Roberto Covaz che il 22 settembre esce in una riedizione in lingua inglese, sempre per MGS Press, traduzione di Maria Kochetkova. Una pubblicazione per l'attenzione magari anche di quanti abbiano il piacere di rinfrescare l'inglese leggendo del “pinguino che si credeva un uomo”, come sottolinea, nella prefazione, la giornalista Alessandra Longo. Se è vero che non si dovrebbero mai “umanizzare” gli animali, era stato l'imprinting a far credere a Marco di essere uno di noi, senza dubbio, ma ci mise lo zampino - palmato - anche una questione di carattere. Di personalità, e voglia di stare tra la gente, ne aveva, eccome. Marco è esposto sino al 17 ottobre al Salone degli Incanti, nella mostra Cracking Art, a sensibilizzare sui temi ambientali. Acquistando una piccola installazione è possibile contribuire alla realizzazione di una statua in suo ricordo che terminata la ristrutturazione dell’Aquario sarà posizionata all’ingresso di quella che è stata la sua casa. Nel frattempo “Marco the penguin of Trieste” (48 pagg, 7.50 euro) ne racconta la vita, anche con una ventina tra immagini e articoli di giornale, dal suo rapimento in Sudafrica alla rocambolesca traversata sulla motonave Europa del Lloyd triestino e quindi alla permanenza in città conclusasi nell'85, anno della sua morte. Nel '53 la motonave lo condusse in una Trieste non ancora italiana, accolto, accudito e coccolato dal personale dell'Aquario e poi dalla cittadinanza e generazioni di bambini. A portarlo a bordo erano stati due tra i “piccoli da camera”, giovani a cui erano assegnati i compiti più modesti. Proprio da uno di questi ragazzi di allora, Annibale Solmonese, testimone oculare, Covaz ha ascoltato gli albori di un'avventura, poi lunga trent'anni, e sulla quale il giornalista e scrittore sta realizzando anche un testo teatrale. Piccoli di statura nel '53 quei giovani non erano, Marco sì, un cucciolo, dal frak ancora incerto. Fragile e già grintoso. E, più che delle onde, in balìa del destino e dell'inesperienza di quei suoi primi “papà”. Ma pure protetto dalla loro empatia, oltre i confini della specie. “La motonave Europa – sottolinea Covaz - trasportava centinaia di emigranti provenienti da Trieste, dal Friuli, dal Veneto e da altre parti d’Italia costretti a cercare un lavoro in Sudafrica. Al contempo, però, portò a Trieste l'emigrante Marco, e con lui la spensieratezza di una storia vera che supera la fantasia di tante fiabe”. “Posto che non si sarebbe dovuto strapparlo al suo habitat – continua l'autore - Marco ha rappresentato tanto per Trieste, ha fatto sognare, anche spaventare talvolta, con le sue beccate, adulti e bambini, li ha fatti sorridere assieme a lui, legandosi per lunghi anni a una città che attraversò momenti difficili”. La sua prima foto, ancora a bordo, lo vede con il nostromo Giovanni Barrera, bonario veterano. Fu lui a chiamarlo affettuosamente Marco, ignorando che fosse una femmina (e tutti, finché era in vita). Era il nome che Barrera avrebbe voluto dare a un figlio atteso invano. “Se non ci fossero i bambini non ci sarebbero storie da raccontare. Questo libro è dedicato ai papà e a tutti quelli che vorrebbero esserlo”, scriveva Covaz nella prima edizione del libro, nel 2005.

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