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Le sfide di Lino Guanciale: «Tutti i miei corpo a corpo: la carta, la musica, Ursus»

Lino Guanciale a Cividale con Giacomo Pedini, direttore artistico di Mittelfest (Foto Luca A. D’Agostino)

Sabato 28 agosto, in doppia replica al festival Cividale (alle 19 e alle 21.30) l’attore abruzzese porta in scena "Europeana", il XX secolo frullato nel libro di Patrik Ourednik

TRIESTE. Prendete la storia europea del XX secolo. Mettetela nel frullatore. Pigiate l'interruttore per pochi istanti. Ne verrà fuori "Europeana", il libro che il praghese Patrik Ourednik ha scritto nel 2001, appena terminato il secolo. E sono brandelli di vite, sscampoli di notizie, frammenti di giornale, tragedie capitali e vicende minuscolissime.

Da quel frullatore li tira adesso fuori Lino Guanciale, attore italiano che vanta uno dei più alti tassi di serialità televisiva. Ma che spesso, molto spesso, distilla puro teatro. Lui, sul palcoscenico, davanti al suo pubblico. E basta. "Europeana" è lo spettacolo che Guanciale presenterà sabato 28 a Cividale, nel "prime time" di Mittelfest, alle 19.00, e poi in replica alle 21.30.

Com'è che a un attore viene in mente in portare in scena un libro che non sceglie se far cominciare il ventesimo secolo con la scoperta collettiva dell'inconscio ("L'interpretazione dei sogni" di Freud, 1898) o con l'inizio della produzione industriale di carta igienica (1901, in Svizzera).

«Ho letto e riletto più volte il libro di Ourednik, ci ho lavorato sopra parecchio, è un'opera che mi ha fatto scoprire l'altra faccia dell'Europa, il doppiofondo della storia, così come ci è stata raccontata. Per me, quand'ero ragazzino, l'Europa dell'Est erano certi potenti atleti, sempre vittoriosi alle Olimpiadi. Oggi, da adulto, la vedo diversamente, e il libro Ourednick, uno che ha vissuto la Primavera di Praga, me lo conferma. Perché riesce a demistificare tutti i luoghi comuni, filo-occidentali o filo-sovietici, con i quali da una o dall'altra parte della Cortina di Ferro, siamo cresciuti».

Sarà un "reading" con musiche, quello di sabato sera a MIttelfest.

«Una formula mista. Una formula che amo moltissimo. Alcune pagine le leggerò, per mettere in evidenza la raffinata letterarietà del libro: un corpo a corpo con la carta, anche perché provo un vero piacere nel lavorare con i fogli in scena. Altre pagine le gestirò a memoria, impegnato in un altro corpo a corpo, quello con la musica».

A teatro, Lino Guanciale lavora spesso con i musicisti, i compositori, gli ingegneri del suono. Meglio se dal vivo. In questo caso il fisarmonicista Marko Hatlak, uno che suona il suo strumento come fossero sessanta strumenti diversi.

«L'esperienza mi ha insegnato che la musica dal vivo è uno dei mezzi più potenti per mettersi in relazione con il pubblico. Certo non la devi trattare come un tappeto sonoro. Devi farne un impulso per arrivare più a fondo possibile nelle parole che porti sulla scena. Grazie alla musica, anche gli attori, oltre che il pubblico, possono sprofondare nelle parole. Per me è una specie di invasamento».

Ma - tanto per capire - il pubblico viene per vedere Guanciale, o per sentire ciò che Guanciale dice?

«Magari viene per me. Ma poi si appassiona a ciò che interpreto o leggo».

Nei fan e nelle fan, quelle che seguono il loro beniamino ovunque, c'è anche un surplus di innamoramento.

«Credo sia un di problema tutti quegli attori e attrici a cui è capitato di avere un largo seguito. Il lavoro nel cinema e in televisione accelera il rapporto di fidelizzazione, che magari ricade poi sul teatro, se uno lo fa. Ed è una specie di doping. Ma io non considero la popolarità come un fine. Per me è un mezzo per portare più gente a teatro, per farlo diventare più popolare. Non nel senso di commerciale, ma nel senso nobile che a questa parola dava Jean Vilar, l'artista francese che aveva ideato il Festival di Avignone».

Una tra le etichette più comuni che i media appiccicano a Guanciale è quella di sex symbol.

«Mammamia, mi ha fatto sempre paura essere identificato come sex symbol. A volte mi ha anche divertito, perché so che questa 'qualifica' non mi riguarda da un punto di vista personale: riguarda solo l'immagine dei personaggi che ho interpretato. Nel prodotto finito, quello sullo schermo, non ci sono più io. Su un palcoscenico invece ci sono sempre e soltanto io, assieme a chi mi lavora accanto. Per questo il teatro è la vera casa degli attori».

Molti lettori vogliono invece sapere cosa riserverà loro la prossima serie televisiva.

«Se vogliamo parlare di "This is us", posso dire che le riprese sono terminate e che siamo in fase di post produzione. Immagino che la potranno vedere con l'anno nuovo».

Cinque stagioni, 88 episodi e passa, come nell'originale statunitense?

«Dodici episodi distribuiti in sei serate, uno dei format abituali della serialità televisiva del nostro Paese. Spero tanto che il pubblico apprezzi il bel lavoro di traduzione che lo sceneggiatore Sandro Petraglia e la sua équipe hanno fatto trasferendo quello che orami viene considerato un classico, nella realtà italiana, dagli anni '70 in poi».

Chiedo all'esperto: ma questa abbuffata di serie, questo restare per ore e ore incollati sugli schermi, sciroppando episodio dopo episodio, è un fenomeno temporaneo, un effetto delle restrizioni dell'epidemia, o è destinato a proseguire?

«Durerà, perché sprofondarsi in un'altra realtà è una cosa di cui le persone hanno bisogno».

Inevitabile allora parlare di "La porta rossa", terza stagione.

"«ominceremo a girare a Trieste, il 30 agosto. Mi sa che in questa ultima stagione resterò orfano dell'Ursus. Quello con la gru più iconica di Trieste era un altro corpo a corpo che mi entusiasmava moltissimo».

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