Passava l’estate a Grado l’ereditiera Adele che sarà Giuditta per Klimt

Sul Piccololibri “Il viaggio in Dalmazia” di Hermann Bahr il poeta dimenticato Menon e i set triestini durante la guerra

Chi è la donna d’oro svestita, la bellissima e sensuale Giuditta di Klimt, che fu presentata, nel 1901, alla decima mostra della Secessione viennese? Le sue tracce conducono a Grado, a villa Bauer, di cui era proprietario Eugen Bauer. La modella del dipinto, Adele Bloch-Bauer, è sua sorella, amica e mecenate del pittore, di cui Nietzche ebbe a dire: “È la femme fatale, la donna che fa perdere all’uomo il controllo di se stesso». La storia di questa ereditiera ebrea viennese apre lo sfoglio Piccololibri in edicola domani con il quotidiano. Sette pagine di approfondimenti su personaggi, arte e cultura della regione, che arricchiscono lo storico Tuttolibri della Stampa con uno sguardo curioso e originale sul territorio, per sconfinare nei Balcani e nell’Europa centro-orientale.

A Vienna ci riporta un’altra delle storie dell’inserto. Non fu infatti la scrittrice inglese Jan Morris a mettere il suo copyright sulla definizione di Trieste come “nessun luogo”. In “Viaggio in Dalmazia”, pubblicato nel 1909, l’austriaco Hermann Bahr scriveva a proposito della città: “Qui si ha l’impressione di non essere in alcun luogo. Ho provato la sensazione di essere sospeso nella irrealtà”. Trieste, per Bahr, era una tappa della sua fuga dall’inverno viennese verso le coste orientali adriatiche, insieme alla seconda moglie, il grande soprano wagneriano Anna Mildenburg, che lo aveva sostenuto durante un delicato periodo di malattia e depressione. Secondo lo scrittore il carattere di “sospensione” e di “risentimento” che avvertiva nell’aria, era dovuto al fatto che la monarchia austro-ungarica faceva di tutto per soffocare il tratto italiano di Trieste, negandole anche l’apertura di una sede universitaria con la motivazione che diventerebbe “un allevamento di irrendentisti”.

Un secondo approfondimento è dedicato a un’altra figura singolare, pressochè sconosciuta e tutta da riscoprire, quella del poeta Gian Giacomo Menon, che nacque a Medea nel 1910 e morì a Udine nel 2000. Diploma al liceo classico goriziano, due lauree conseguite a Bologna, docente di storia e filosofia allo “Stellini” di Udine, Menon ha pubblicato pochissimo (un libretto futurista, il “nottivago”, diciassette liriche sulla “Fiera letteraria” nel ’66 e la raccolta “I binari del gallo” con Campanotto nel 1998), ma ha lasciato un’eredità di venticinque pacchi di manoscritti e dattiloscritti, oggi conservati alla biblioteca Joppi di Udine. In un appunto confessa di avere scritto, dagli undici anni in poi, non meno di centomila poesie, oltre un milione di versi. Brillante intrattenitore e parlatore, uomo di gusto nel vestire, ebbe fino a 47 anni un’intensa vita mondana, che abbandonò per rinchiudersi in casa e coltivare allo stremo l’amore per “la vita incandescente delle parole”.

Il paginone centrale del Piccololibri si occupa dei primi lungometraggi di finzione girati a Trieste durante la Seconda guerra mondiale, in cui la città non viene mai nominata e funge da sfondo imprecisato: quattro in tutto, tra cui “La statua vivente” di Camillo Mastrocinque, di recente ritrovato, restaurato e presentato all’ultimo festival di Locarno. Di uno dei film, “Il chiromante” (’41), era protagonista il comico Erminio Macario, gli altri due, “Alfa Tau!” e “Marinai senza stelle” (’42 e ’43), diretti dal comandante di marina Francesco De Robertis, sono considerati precursori del neorealismo. Sul set dell’ultimo, nei panni di un piccolo eroe, c’era un dodicenne Tito Stagno, all’epoca residente a Pola con la famiglia.

Godibilissima, dalle cronache vintage del Piccolo, la pagina sul processo tenutosi il sabato santo del 1915, che vede imputate due bulle quindicenni, Eugenia Ferruzzi e Vittoria Daneu, apprendiste sarta e stiratrice e specializzate in furti di soldi, cibo e “orecini” d’oro ai danni di bambine dai cinque ai dodici anni. Affatto pentite, le adolescenti si erano ritagliate uno spazio nel mondo malavitoso, dove le donne delinquenti, secondo la criminologia dell’epoca, venivano considerate aberranti eccezioni.

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