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Domina il caos nella Trieste 2021 immaginata da Svevo: tutti tirano bombe, sputano e fanno chiasso per le strade

Un secolo fa, il 2 agosto 1921, sulla “Nazione” uscì un racconto fantascientifico in cui lo scrittore immagina di trovare un articolo che arriva dal futuro cento anni dopo

TRIESTE «Noi siamo stati tanto fortunati di trovare spinto dal vento sulle vie nostre un numero della Nazione portante la data dell’anno 2021 d.C. e più precisamente del 1° agosto di quell’anno. Non ne fummo molto meravigliati perché per i filosofi il tempo non è altro che una qualità del cervello e noi in quell’istante ebbimo nel nostro cervello le qualità occorrenti per procurarci fresco fresco quel numero». Inizia così il curioso divertissement che E.S., l'inconfondibile sigla con cui Ettore Schmitz firma i suoi pezzi, intitola “Storia dello sviluppo della civiltà a Trieste nel secolo presente”, pubblicato dal quotidiano triestino «La Nazione» il 2 agosto 1921, esattamente cento anni fa.

Nelle intenzioni dei direttori, Silvio Benco e Giulio Cesari, amici entrambi di Svevo fin dai tempi dell'«Indipendente», probabilmente avrebbe dovuto essere un pezzo leggero, una “fantasia estiva”, come recita il titolo della rubrica che lo accoglie. Le precedenti prove di Svevo sulla «Nazione», gli articoletti della serie Noi del tramway di Servola, in effetti avevano un tono ironico e svagato che faceva ben sperare. Ma la paradossale noncuranza del nuovo spunto offre allo scrittore l'occasione di riprendere alcuni temi che nutrono anche la sua nuova, ben più ambiziosa opera, quella Coscienza di Zeno a cui, proprio in quel periodo, sta dando gli ultimi ritocchi.

Il tipico disimpegno della stampa quotidiana nel periodo estivo viene quindi elegantemente scaricato sulle spalle del «futuro cronista» che, «forse per mancanza di altri argomenti durante la stagione calda», Svevo immagina avesse raccontato la cronaca della città in quel secolo preciso – 1921-2021 – che allora iniziava a scorrere (il lettore comprenderà che la consecutio temporum nel caso di un articolo scritto nel 2021 a proposito di un articolo scritto nel 1921 che vuole essere l'esposizione di un articolo scritto nel 2021 è affare delicato. E compatirà).

Ne scaturisce una lunga fantasticheria – che infatti dovette essere pubblicata in due parti, il 2 e l'11 agosto – che per l'autore e i suoi lettori del 1921 aveva il sapore di una profezia, abbastanza pessimista da procurare all'anonimo cronista uno scaramantico «Crepa stròlego», benché egli appunto astrologo non avrebbe dovuto essere ma, al contrario, storico.

Come detto Svevo vi infila alcune delle ossessioni che in quegli anni lo occupano e lo preoccupano. L'incipit è palesemente ispirato alla teoria della relatività che troviamo esplicitamente rievocata più avanti nel testo e che qui è evocata nella figura sottaciuta di Einstein, il filosofo per cui «il tempo non è altro che una qualità del cervello». Come ho avuto occasione di osservare anche altrove, infatti, il 1921, l'anno del premio Nobel, è il momento di massima attenzione per l'opera di Einstein, destinata ad affascinare Svevo a lungo, e negli scritti divulgativi dell'epoca alle prese con la difficoltà del testo matematico, si poteva leggere appunto che, secondo lo scienziato austriaco, il tempo non era altro che un effetto percettivo, “una qualità del cervello”.

Di stretta attualità, nel 1921, è poi anche un altro dei temi che Svevo tratta nell'articolo: quello degli esplosivi e della violenza che continua a insanguinare le strade di Trieste nel turbinoso dopoguerra. Un argomento che ritorna ossessivamente negli scritti sveviani di quest'epoca, a partire da quelli sul pacifismo per arrivare all'«esplosivo incomparabile» della pagina conclusiva del romanzo di Zeno. Nell'articolo per «La Nazione», lo affronta con un tratto violentemente satirico che ricorda la Modesta proposta di Swift (autore a cui Svevo era stato iniziato probabilmente da Joyce): la finta leggerezza con la quale “il cronista” si rallegra che, non essendo ancora stati inventati certi esplosivi, quelli esistenti non uccidessero che gli uomini e i bambini nelle immediate vicinanze, o il cinismo con cui riferisce di un uomo che aveva lanciato una bomba in un gabinetto occupato che «fu subito libero e anche disinfettato», possono ben ricordare le argomentazioni paradossalmente razionali con cui l'umorista settecentesco tentava di indurre i suoi connazionali irlandesi a ingrassare i loro bambini per darli da mangiare ai ricchi inglesi.

Il resto del recit d'anticipation di Svevo mi sembra dedicato a prendere un po' in giro alcuni delle idiosincrasie e dei brontolii tipici dei triestini che, allora come ora, si manifestavano soprattutto nella rubrica delle segnalazioni dei quotidiani: c'è il rimbrotto per la scarsa cura e i danneggiamenti della “cosa pubblica”, l'indignazione per l'abitudine dei concittadini di sputare ovunque, tanto che «le analisi fatte sui ruderi della vecchia città rivelano ch'erano tutti sputacchiati», il lamento per il problema della polvere nelle strade, che opponeva pedoni e automobilisti fino al punto di creare due partiti politici che si sarebbero sfidati nelle «elezioni municipali del 1980» e, infine, il tema principe di ogni cittadino contrasto, gli schiamazzi notturni, naturalmente legati al tema dell'alcolismo. «Tutte le vie gridavano. - scrive Svevo - Non parliamo solo di città vecchia seminata da osterie o del Corso seminato da bars. Non del Boschetto o di Barcola dove si beveva sempre o dell’Acquedotto ch’era divenuto il nostro Montmartre. Ma ogni via aveva il suo centro rumoroso». Come di fatto è stato lungo tutto il secolo presente. In questo una facile profezia.

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