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Palazzo Paternolli e la storia dimenticata: così nel 1921 il fascismo si prese Gorizia

A un secolo dalla prima ristrutturazione dopo la Grande guerra viene restaurato l’edificio di Piazza Vittoria sede di tante vicende politiche

GORIZIA Finalmente il Palazzo Paternolli in piazza Vittoria a Gorizia tornerà a nuova vita. Per troppi anni questo importante edificio in pieno centro è stato abbandonato e trascurato. Anche la sua storia è stata dimenticata. Negli anni antecedenti la prima guerra mondiale al pianoterra avevano sede i negozi Paternolli, una libreria, con cartoleria e una tipografia, frequentatissime in città. Durante la guerra una granata ne squarciò la facciata provocando gravi danni ai negozi e agli impianti tipografici. Sulla facciata si vede ancora la data in numeri romani, il 1921, in cui l’edificio fu rimesso a nuovo. Sono gli anni decisivi, a cominciare dal 1921 e fino al 1923, in cui il nascente fascismo mette fine con la violenza ai generosi tentativi di rinnovamento della città, che hanno in Palazzo Paternolli uno dei luoghi più importanti di elaborazione culturale e attività politica.

Gorizia, 1921, cent’anni fa. E’ un anniversario importante per la storia della città. Ma non viene ricordato da nessuno E’ molto strano, direi incredibile ma così succede con la storia di Gorizia, ancora oggi. Ma consideriamo alcuni momenti di quell’anno decisivo, per le sorti della città. La guerra è finita da poco più di due anni. La città è semidistrutta, gli abitanti più che dimezzati. In Italia, nel Regno d’Italia del dopoguerra, la realtà di Gorizia non è ben compresa. Per quell’Italia Gorizia è soprattutto la città per cui tanti italiani hanno combattuto e sono morti, è la città simbolo della vittoria nella grande guerra, “santa Gorizia”. Per queste ragioni nel magio del 1921 i risultati delle prime consultazioni politiche del dopoguerra nel collegio elettoerale di Gorizia sono decisamente imprevisti, sbalorditivi: vengono eletti 4 deputati sloveni della Concentrazione slava, Vilfan, Podgornik, Sček, Lavrenčič e un comunista, Tuntar. Anche per molti notabili goriziani che pensavano a una vittoria certa del Blocco nazionale la sorpresa è enorme, cocente. Le tensioni fra gli opposti nazionalismi è tema quotidiano di discussione sui giornali del tempo e il movimento fascista si fa sempre più minaccioso e violento. Le elezioni non fanno che fotografare la realtà, evidenziare un fatto noto ma sempre sottaciuto dai politici: nell’intera Contea di Gorizia (e successivamente nella neonata Provincia) vive una netta maggioranza di sloveni a cui fa da contraltare la città e la pianura isontina con una maggiore presenza di popolazione italiana e friulana, complessivamente minoritaria. Nonostante le difficoltà c’è in giro un desiderio molto diffuso di ricostruire la città su basi nuove, ora che ritornano i goriziani internati durante il conflitto in Austria o in Italia.

Un gran fervore culturale e un bisogno di capire i tempi nuovi fa capo al gruppo di intellettuali che si ritrovano nella libreria di Nino Paternolli, come Biagio Marin, Ervino Pocar, Emilio Mulitsch, Antonio Morassi, Carlo Luigi Bozzi e altri. Vediamo alcuni momenti significativi di queste attività.

Lo scrittore Augusto Monti, professore piemontese del gruppo di Piero Gobetti, viene chiamato per tenere alcune conferenze sulla riforma della scuola ed è colpito da questi goriziani, è affascinato da Nino Paternolli, e dopo quella visita a Gorizia scrive: «...Così diversi l’uno dall’altro e così somigliantisi...Si radunavano per uso nella bottega e in casa di Paternolli, il professore libraio, grecista e alpinista...». Monti è colpito dall’attività del gruppo, e racconta in particolare l’iniziativa di Biagio Marin di coinvolgere gli operai nelle commemorazioni dantesche: «...Leggere Dante agli operai della Camera del Lavoro (marzo 1921, in via Mazzini, ndr.), gli operai in subbuglio di quegli anni, le file delle leghe ingrossate dagli slavi: era stato un rischio, lui “borghese” di scendere in quella fossa di leoni. Ma era stato grazie a Paternolli, ritto in piedi di fronte a lui laggiù ansioso e fiducioso insieme, era stato proprio per la presenza dell’amico grecista e per il continuo scambio di sguardi fra loro che lui, Marin, aveva vinto la prova e addomesticato quelle fiere; e Paternolli disse:”Come Orfeo con la lira, ciò”...E Marin disse a Parternolli:”Caro Nino, in Italia per “addomesticarli” basta la giustizia di classe”. E io dissi a mezza voce:”...e così sia...speriamo». (I passi di Augusto Monti sono tratti da “Studi Goriziani” n. 63, 1963).

Le celebrazioni dantesche sono l’occasione per un’intensa attività cultarele cittadina in tutto l’anno 1921. Ma è lo scrittore goriziano Alojzij Res a sorprendere gli italiani di Gorizia con il suo libro in sloveno, una raccolta di studi di autori italiani e sloveni, da Croce a Salvemini, a Zupančič, a Kos sull’opera del sommo poeta, con pregevoli illustrazioni del pittore Tone Kralj e dell’incisore Mirko Rački. Il libro, in tempi di crescenti tensioni fra gli opposti nazionalismi, è un importante momento di incontro fra le due culture e Dante vi è visto come un genio sovranazionale, un esempio. Paternolli è affascinato da questa pubblicazione, conosce bene Res, e desidera fare del libro un’edizione italiana (che vedrà la luce nel 1923). Anzi con questo lavoro si convince sempre più di trasformare la sua libreria-tipografia in casa editrice di prima qualità. In quegli anni molto significativa è la vicenda personale di Emilio Mulitsch, insegnante, studioso di economia e di lingue, repubblicano e poi socialista, anche lui fra gli amici di Paternolli. La nuova amministrazione italiana di Gorizia affida a lui, volontario in guerra nell’esercito italiano come capitano degli alpini, il compito di riorganizzare le scuole di ogni ordine e grado di tutto il Goriziano. Ma quando Mulitsch verifica che da parte italiana non c’è nessuna volontà di istituire scuole di lingua slovena, dà subito le dimissioni dall’incarico. Parteciperà nel mese di gennaio 1921 al congresso socialista di Livorno in cui si verifica la scissione e la nascita del partito comunista d’Italia. E Mulitsch diventa comunista. «Quest’uomo – scriverà anni dopo Biagio Marin – così ricco di esperienze e di grandissima cultura, era così modesto che parlava sempre sottovoce e quella tonalità era l’essenza della sua anima».

Questi episodi del 1921 sono solo momenti di un’atmosfera più generale di volontà di cambiamento che si intensifica in autunno, nella preparazione delle elezioni comunali di Gorizia previste per gennaio 1922. Alle elezioni, il Comitato Cittadino (popolari, fascisti, liberali) è sicuro di vincere, e infatti prende il maggior numero di voti, 1.104. Ma le sorprese vengono dal Gruppo d’Azione guidato dal prof. Camisi, una formazione di sinistra moderata che prende 882 voti (vi è eletto anche Paternolli) e dalla Lista Podgornik (sloveni moderati) con 773 voti. Gli altri partiti, repubblicani, socialisti e comunisti non raggiungono il quorum e sono esclusi. Il Gruppo d’Azione e la Lista Podgornik hanno un programma simile. Si alleano, italiani e sloveni insieme, e formano la nuova giunta eleggendo sindaco il dott. Antonio Bonne, giudice del Tribunale. Il ceto borghese dominante che a Gorizia aveva espresso la lista del Comitato Cittadino per la prima volta si vede privato del potere politico. Il fatto di arrivare in sede municipale a un accordo con la parte slovena risulta intollerabile.

Il giornale “La voce dell’Isonzo” scrive: “Questa è la prima volta che Gorizia conosce il “disonore”. La giunta e il sindaco durano otto mesi fra mille difficoltà. Poi la situazione in Italia precipita con i fascisti di Mussolini che seminano violenza in tutto il Paese. Il 28 ottobre, giorno della marcia su Roma, a Gorizia le squadracce in camicia nera occupano il comune. Giunta e sindaco sono costretti alle dimissioni. Dopo due mesi, il 3 gennaio 1923, il governo fascista arrivato al potere decreta la fine della Provincia di Gorizia che viene smembrata fra quelle di Udine e Trieste. Un tanto perchè a Gorizia ci sono “troppi slavi”. Nello stesso anno in un grave incidente alpinistico nella selva di Tarnova muore Nino Paternolli, all’età di 35 anni.

Questa dei primi anni Venti del secolo scorso è una storia importante per Gorizia, che qui ho cercato di raccontare per sommi capi. Ma, come dicevo, queste cose non si sanno, non vengono dette. Si pensi che il sindaco Antonio Bonne, eletto nel gennaio 1922 e costretto alle dimissioni dagli squadristi in camicia nera il giorno della marcia su Roma (28 ottobre), nella sua città è un perfetto sconosciuto. Anche oggi. Non solo non vi è un suo ritratto nella Pinacoteca dei sindaci in municipio; non una via a lui dedicata, come sarebbe normale (non è normale che vie cittadine siano dedicate a podestà fascisti). Ma chi oggi vuole informarsi in internet sui sindaci di Gorizia degli ultimi due secoli in Wikipedia troverà l’elenco completo di sindaci e podestà ma non il nome di Antonio Bonne; troverà il nome del sindaco suo predecessore, Giorgio Bombi (1918-1922) e nel 1923 il Commissario Prefettizio. Di Bonne nessuna traccia.

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