Al Verdi arriva “Tango e dintorni” Franklin: «Una sfida con il Covid»

Il direttore torna sul palco con musiche di Trojan, Piazzolla, Alonso e Bernstein  Ci sarà il giovanissimo fisarmonicista Luca Bello e due coppie di ballerini

Trieste

Un’atmosfera festosa, leggera che sa di vacanza al Teatro Verdi. Sabato 31 luglio alle 19.30 andrà in scena “Tango e dintorni”, una serata speciale in cui l’orchestra della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi si esibirà con il fisarmonicista Luca Bello, creando delle suggestioni che i ballerini Guillermo Alan Berzins, Marijana Tanasković, Martin Acosta e Costanza Gruber trasformeranno in passi di danza. Sul podio tornerà Christopher Franklin, reduce dal successo della Vedova Allegra che ha chiuso martedì sera. «È stata bellissima esperienza anche se ci siamo trovati a lavorare con l’orchestra un po’ spalmata per rispettare le distanze e diventa sempre una grande sfida riuscire a ottenere il suono di un’orchestra mente in buca.”


Un maestro americano, cresciuto in Germania, rientrato negli Stati Uniti e che ha iniziato la carriera in Italia, come approccia un concerto di Tango e altri?

«Ho diretto in quasi tutti i grandi teatri italiani. Lavoro principalmente in Europa ormai e a Trieste vengo sempre con grande gioia. In questo caso mi esibirò con Luca, che avevo incontrato nei concerti del Verdi intitolati Giovani talenti la scorsa primavera. Lui suona un pezzo di Václav Trojan, e suona Oblivion di Astor Piazzolla. Io per legarmi all’atmosfera che crea questo secondo brano ho scelto quindi di proporre qualcosa di Arturo Márquez, Alberto Ginastera, Boda di Luis Alonso e qualcosa di Candide di Leonard Bernstein. È un concerto frizzante, estivo godibilissimo, grazie anche ai ballerini che si esibiscono con noi».

Come si trova a lavorare a un repertorio così con un’orchestra che si conosce bene?

«È più facile lavorare con musicisti con cui si è lavorato nell’ultimo mese rispetto a coloro con cui si è lavorato nel passato. Come il direttore ha le sue particolarità, anche l’orchestra è una selezione della società. Se li si conosce meglio, sapendo come metterli a loro agio, tutto è più facile. Ci si tuffa subito nei dettagli. Anche in questo caso saremo molto distanziati. L’orchestra avrà le percussioni in fondo alla sala, a circa quaranta metri da me. Le norme anti covid impongono che ogni violinista abbia il suo leggio laddove prima due violinisti condividevano il leggio e quindi si doveva girare solo una pagina, consentendo all’altro di continuare a suonare. Sembrano dettagli, ma in queste condizioni è una sfida».

Lei in passato ha diretto anche alcune delle orchestre come la Royal Philarmonic di Londra, formazioni famose in tutto il mondo. Come si approccia un’orchestra di quel tipo?

«È un’esperienza che ci fa crescere come artisti. A Londra c’è una grande scuola di lettura a prima vista. La Sidney Symphony o la Czech National sono simili. Con queste orchestre vengono date pochissime prove, ma già solo con la prima tutti i problemi di insieme non ci sono. Al direttore quindi viene data la responsabilità di creare un’interpretazione o di dimostrare cosa si vuol ottenere da quella prova, magari trovando dei colori diversi da proporre. Sono occasioni i cui davvero ci si trova come al volante di una Ferrari, basta toccare lo sterzo e la macchina reagisce subito. La direzione diventa chiara, pulita e alla fine mi sono sempre sentito energizzato, non stanco».

Entrerà ancora dalla platea come per l’operetta?

«No, quella era un’idea del regista Oscar Cecchi che ha pensato un gioco di teatro nel teatro. Succede a Macerata allo Sferisterio o ad Amsterdam al Concertgebouw dove c’è una scala e ammetto che lì ho sempre il terrore di cadere». —



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