Ritorni segreti in città, la leggenda della Costiera e autoritratti di fotografi

Bobi Bazlen

Nel Piccololibri anche le interviste allo storico inglese Christian Jennings e allo scrittore Georgi Gospidinov

TRIESTE Bobi, Bobi e ancora Bobi. L’astro leggendario di Roberto “Bobi” Bazlen continua a tenere banco, specie dopo la morte di Roberto Calasso, e la recente uscita del suo libro dedicato ai ricordi della nascita della casa editrice Adelphi. Il mito dell’intellettuale triestino “fingitore”, il genio schivo sempre in fuga, si alimenta del suo stesso mistero, diventando sempre più icona di un certo carattere del fare cultura a Trieste e dintorni. Ne parla Fabio Dorigo nelle “Effemeridi” che fanno da copertina all’inserto Piccololibri in edicola domani all’interno di Tuttolibri della Stampa, venduto insieme con “Il Piccolo”. Dorigo in particolare ricorda la definizione di “scampavia” attribuita a Bazlen, per quel suo fuggire dalla città natale seguendo ragioni in parte ancora oscure. In realtà Bobi Bazlen, ricorda Dorigo citando la biografia firmata da Cristina Battocletti e altri scrittori che si sono occupati di Bazlen come Daniele Del Giudice, una volta lasciata Trieste nei primi anni Trenta ci tornò, nonostante il fermo proposito di non farlo, almeno cinque volte, in incognito, in ossequio a una sorta di attrazione-repulsione per la sua città, comune a tanti triestini transfughi volontari che, prima o poi, vengono colti dalla nostalgia «di una mangiata di pesce fritto e un sorso di terrano».

Sarà per questo che, quando si lascia Trieste, è bene fare qualche gesto scaramantico. Come suonare tre volte il clacson quando, in auto, si percorre la strada Costiera in direzione Monfalcone passando sotto la galleria scavata nella roccia. Lo ricorda, nel Piccolibri, Roberto Covaz nella sua “Mappa d’autore”, avanzando varie ipotesi sulla nascita di questo rito mai caduto in disuso da quando la strada venne inaugurata, il 16 agosto 1928. Tra le possibili origini dello scaramantico strombazzare, sentito uno scrittore attento alle cose di Trieste come Veit Heinichen, sembra che «l’abitudine tanto cara ai triestini derivi dallo stupore e dal divertimento dei primi automobilisti che con l’animo lieto del gitante diretto in Bisiacaria o in Friuli, nell’attraversare la galleria, azionavano la pompetta del clacson per godersi l’eco dello stridulo suono». Una delle tante memorie stratificate di Trieste.

Le stesse cui amano attingere scrittori stranieri come lo storico inglese Christian Jennings, autore del libro “Flashpoint Trieste - La prima battaglia della Guerra Fredda” (Libreria Editrice Goriziana). Intervistato per il Piccololibri da Marta Herzbruch, Jennings considera Trieste una «città unica»: «Altamente individuale - dice nell’intervista - è una delle autenticamente grandi vecchie città del mondo, prodotto della sua posizione geografica; storico crocevia europeo nel Mediterraneo, abitato nei secoli da una grande varietà di popoli». Da qui il suo essere deposito di straordinarie memorie. Spesso poco note.

Come quella raccontata nel Piccololibri in edicola domani da Marija Mitrović. La studiosa rievoca nel suo articolo la figura di Hajim Davičo, console a Trieste del Regno di Serbia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio della Grande guerra, che tramite il giornalista de “Il Piccolo” Roberto Preziosi, quello che fece ingelosire James Joyce, riuscì a fare in modo che il giornale non parlasse male della Serbia, visti i tempi e ciò che sarebbe presto accaduto.

Forse Trieste avrebbe davvero bisogno di una “clinica del passato”. Una di quelle immaginate dallo scrittore bulgaro Georgi Gospidinov, una delle voci più interessanti della nuova narrativa dell’Est. In un’intervista rilasciata a Federica Manzon, Gospodinov, parlando del suo ultimo libro “Cronorifugio” (Voland) mette però in guardia dal rifugiarsi nel passato perché, dice, «il passato è diventato la nuova utopia per populisti e nazionalisti». Completa lo sfoglio del Piccololibri un ampio sguardo firmato da Walter Criscuoli e Corrado Premuda sul Fotografario, la mostra allestita dal Craf a Spilimbergo con gli autoritratti di sessantaquattro fotografi del Friuli Venezia Giulia. Un modo per capire come i bravi fotografi interpretino l’idea di identità.

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