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“Trieste senza bora” è una città invisibile abbandonata dai gatti

Esce il 21 luglio in libreria il romanzo di Corrado Premuda che inaugura la collana Luci di Watson. Il ritratto di tre artisti bloccati dalla bonaccia di un luogo che ha smarrito la sua identità  

TRIESTE Trieste senza bora. Bora senza Trieste. Un doppio ossimoro. La bonaccia non si addice alla città del nessun luogo. L’immagine della Barcolana del 2019 con le duemila vele piantate nel Golfo è pittura metafisica. Senza bora Trieste è una “città invisibile”. «La città è ferma. Qui il tempo cronologico e il tempo meteorologico vanno d’accordo e si prendono una pausa dalla realtà».

Corrado Premuda, autore di molti libri per ragazzi, pubblica un trittico di racconti per narrare l’improbabile città senza un filo di vento. È uno scrittore unico e raro: vanta un romanzo inedito in Italia ma tradotto e pubblicato in Croazia. Scrive testi per il teatro e collabora alle pagine culturali de “Il Piccolo” recensendo libri. I racconti di “Trieste senza bora” (Watson Edizioni, pagg. 116, euro 15), dal 21 luglio in libreria, fa sapere il recensore recensito, nascono tra Trieste e Pisino durante la residenza nella Casa degli scrittori. “Trieste senza bora”, che inaugura la collana “Luci” di Watson, parla di tre artisti arenati in una bonaccia senza fine e costretti a fare i conti con se stessi.


I tre personaggi che raccontano e si raccontano in prima e terza persona non hanno un volto: si riconoscono però i tratti del drammaturgo e regista polacco Tadeusz Kantor e della pittrice Leonor Fini a cui Premuda ha dedicato un formidabile libro (“Un pittore di nome Leonor”, Editoriale Scienza). Tra i crediti c’è Patty Pravo con la frase “sono un vizio di famiglia”. Oltre a Trieste c’è anche Parigi, la città dell’esilio artistico di Leonor Fini.

Il vero protagonista, nella sua assenza, è il vento catabatico. «Trieste come Venezia, con i suoi vecchi grandi e belli, tutti per strada a discutere, a meno che non ci sia la bora che ti porta via. Ma oggi, senza un filo di vento, sembra di arrivare a Venezia, quando appare il mare dal finestrino e ti riempi di aspettative, pagato il pegno di Mestre».

“Il sesto rigo” racconta il ritorno in città di un’affascinante musicista cinquantenne che avrebbe voluto comporre, suonare (pianoforte) e dirigere (un’orchestra) la musica fuori dal pentagramma (quella del “sesto rigo”, appunto) e che invece si deve accontentare di essere stata una star delle canzonette riconosciuta da tutti e sconosciuta agli altri. «Che ne è stato del vento? Dove l’avete messo? ... È da un po’ che non soffia più...». Eppure i precedenti non mancano. «È chiaro che la bora non soffia di continuo, ogni giorno. Ma un paio di volte è stato come se sentissimo di esserne rimasti orfani, tipo adesso. La prima volta quando ero bambina, avrà avuto otto anni: il vento era misteriosamente sparito e qualcuno raccontava la strana storia che fosse andato a soffiare da un’altra parte. Poi, più di recente, nell’89: so la data perché poco dopo è caduto il muro di Berlino. Qui, che la nebbia non c’è mai, era diventato il set di un film dell’orrore! È come se ogni tanto il vento si esaurisse e in quei momenti anche noi ci esauriamo con lui». La mancanza della “purezza glaciale della bora” e dell’illusione “che ci sia qualcosa in grado i ripulire da polvere e ossessioni”. L’assenza di Trieste nell’essenza della bora. «Cercavo un posto di mare dove ogni mia opinione fosse smentita. Per questo ho scelto Trieste».

A volte è Trieste a scegliere. «La città che quando è senza vento permette agli artisti di ritrovare se stessi». E di perdersi. Come nel caso del maestro polacco invitato a Trieste per un ambizioso progetto teatrale sulla storia d'Europa. ll titolo “I reduci” è già un programma nella città degli esodi incrociati. Il maestro polacco arriva da Milano e trova a Trieste avvolta nella nebbia (”il male peggiore”). «Non si riesce a capire che cosa pensi. Se c’è qualcosa che gli interessa o lo ispira. É rimasto a lungo sul molo, rivolto verso il porto vecchio, anche se non si vedeva niente oggi... la sua assistente, mi ha raccontato che nel paese in cui è nato c’era uno stagno di cui lui parla spesso. Ma francamente non vedo cosa c’entri uno stagno con il mare». E resta misterioso l’incontro con il celebre scrittore e poeta di Cittavecchia (“dalla testa completamente calva e lucida”) al Caffè Tommaseo: «La storia la fanno sempre i bravi masticatori di congiuntivi... ma devo constatare che c’è soprattutto un grande ciarpame alfabetico, oggi come ieri».

«Il vento mi mangia i capelli» dice la celebre pittrice triestina che ha smarrito sui tetti di Parigi il gatto Manù nel racconto “La madre segreta”. «Il vento fa bene. Anche quando ti soffia in tesa e ti fa venire l’emicrania. È un farmaco della natura, il vento. Il mare e il vento sono i due elementi che rendono grande la piccola città di Trieste». Amarcord. « Ho ripensato alle corde che usano nella tua città per reggersi ... e a tua madre che si lamenta perché quel vento non soffia più».

Dalla madre arrivano a Parigi le apocalittiche cronache triestine. La scoperta di quasi 200 specie di colombi («Duecento differenti tipi di questi mostri con le ali»), dei gabbiani inseguitori. «Gli uccelli devono stare in gabbia o a cuocere nel forno, mica liberi a fare danni in cielo! La gente è allarmata, non sa come reagire. In riva al mare oltre ai piccioni ci sono i gabbiani ed è ancora più pericoloso: ti basti sapere che Barcola e tutti i bagni son deserti. Te li figuri? I triestini che non vanno al mare! A maggio di solito erano già tutti distesi al sole. Niente, impossibile! La città è irriconoscibile.... Anche la bora ci ha abbandonato».

Nessuna speranza. «Trieste è finita, morta, putrefatta. Finita la bora, è diventata il regno dei colombi». E pensare che una volta «era una città di gatti». —




 

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