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La “Vedova allegra” torna al Verdi di Trieste con la magia dell’operetta

Da venerdì 23 a domenica 25 luglio il capolavoro di Franz Lehar su libretto di Victor Léon e Leo Stein. Coreografie di Serhiy Nayenko con il Corpo di Ballo del Lviv Opera and Ballet Theatre

TRIESTE. L’operetta è nel dna dei triestini che, da sempre, la considerano un proprio patrimonio musicale e ne custodiscono memoria con inscalfibile affezione. La città ha ospitato più volte Franz von Suppè e Franz Lehar, che le ha addirittura dedicato il valzer “Sangue triestino” ed è stata, per decenni, la capitale indiscussa della piccola lirica a partire dal 1950, anno della prima edizione del Festival dell’Operetta al Castello di San Giusto, ripreso nel 1970 dal Teatro Verdi con le rappresentazioni al Politeama Rossetti e, successivamente, nel Teatro Lirico cittadino fino al 2011. Da allora pressoché desaparecida, l’operetta rinasce inaspettatamente in questa estate post pandemia grazie alla Fondazione Teatro Lirico Verdi di Trieste, che ha deciso di puntare su titoli cult per riportare a teatro il pubblico nel pieno rispetto della normativa anticovid. Per cui, dopo Traviata e Lago dei Cigni, il palcoscenico triestino è pronto per riaccogliere intrighi e intrecci amorosi della “Vedova allegra”, capolavoro assoluto di Franz Lehar su libretto di Victor Léon e Leo Stein, deputato a incarnare l’operetta per antonomasia nell’immaginario collettivo.

Lo spettacolo, nel nuovo allestimento del Verdi, debutta venerdì 23 luglio alle 19.30 (repliche il 24 e 27 luglio alle 19.30, il 25 alle 20) per la regia di Oscar Cecchi, scene di Paolo Vitale, coreografie di Serhiy Nayenko con la partecipazione del Corpo di Ballo del Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre, maestro concertatore e direttore Christopher Franklin, maestro del coro Francesca Tosi. Protagonista il giovane soprano Valentina Mastrangelo, che rivela di aver sempre sognato di cantare Hanna Glawari «un ruolo - spiega - che musicalmente si può definire operistico per la lunghezza e le difficoltà tecniche della scrittura vocale ma che richiede anche recitazione e danza e non è proprio semplice trovare l’equilibrio tra le tre cose». «Ci vuole tanto impegno – continua Mastrangelo – ma gli studi anche di prosa e danza classica mi hanno fatto crescere artisticamente, consentendomi di affrontare con serenità questo debutto e scoprire un nuovo mondo dove mi sto divertendo tantissimo». Accanto a lei il Conte Danilo di Gianluca Terranova, Giulia Della Peruta è Valencienne e Oreste Cosimo il suo innamorato Camille de Rossillon, mentre al veterano Andrea Binetti è affidato il ruolo di Njegus che già fu di Massimini. Completano il cast Clemente Antonio Daliotti, Andrea Schifaudo,Filippo Fontana, Marzia Postogna, Gianluca Sorrentino, Federica Giansanti, Alessandro Busi, Paola Francesca Natale, Luca Gallo e Cler Bosco. «Questo spettacolo rappresenta per il Teatro Verdi una grande sfida in rapporto alla problematica del covid mentre per quanto mi riguarda – dice il regista Oscar Cecchi – è sicuramente il lavoro più complicato che io abbia mai affrontato, dovendo attenermi strettamente alle regole sulla distanza di sicurezza da mantenere tra i cantanti ballerini e coristi e, nel contempo, creare un’idea drammaturgica funzionale anche nella narrazione in prosa. Così, di necessità virtù la distanza non sarà un limite ma l’espediente principale della drammaturgia proprio nella sua esasperazione». Per destreggiarsi tra mascherine e distanziamento forzato non deve mancare l’inventiva e così lo spettacolo visivamente sarà tradizionale ma anche alternativo, per giustificare la distanza tra gli interpreti e renderla accattivante per il pubblico. «Sicuramente importanti – precisa Cecchi - saranno le luci, indispensabili per creare la magia di determinati momenti, specie nel secondo atto. Poi ho sfoltito alcuni dialoghi per ridurre la permanenza in scena e anche per venire incontro ai giovani cantanti che, tranne Binetti e Terranova, sono al loro debutto nell’operetta, in cui cantare e recitare non è davvero facile». Il regista poi ha volutamente tolto alcune parti comiche e battute di tradizione che si sentivano negli anni ’80 e ’90 ma che oggigiorno non hanno più senso, preferendo piuttosto inserirne altre che meglio rispecchiano l’attuale momento storico che stiamo vivendo, «perché non si può far finta che sia tutto come prima e il teatro più che mai deve rendersene conto e deve trasmetterlo anche al pubblico, il quale da parte sua deve capire quanto sia difficile per gli artisti cantare e recitare a distanza e, al tempo stesso, trasmettere qualcosa di credibile divertente commovente o toccante che sia». Benchè consapevole delle oggettive difficoltà del momento Oscar Cecchi ritiene che l’operetta sia ancora un genere attuale. «Negli altri Paesi europei l’operetta gode di ottima salute, è solo qui da noi che sta quasi morendo – dice - soprattutto per motivi economici perché è un genere costoso, necessitando di avere oltre a scene e costumi di qualità, anche molti artisti nel cast e soprattutto un corpo di ballo che è indispensabile alla riuscita dello spettacolo». Mettendo poi mano al testo, l’operetta può diventare assolutamente attuale e accattivante per un pubblico che, dati i tempi, magari preferisce uno spettacolo dove si può ridere e rilassare piuttosto di immalinconirsi con una tragedia. «Per questo nella Vedova ho inserito alcune cose – conclude il regista - che potranno stimolare il pubblico anche a una partecipazione attiva e per questo Trieste dovrebbe riproporre il Festival riprendendosi il ruolo di capitale italiana dell’operetta dove, potendo scegliere, mi piacerebbe ripartire dalla Principessa della Czardas che, oltre alla musica bellissima, ha pure una storia interessante».

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