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Massimo Ranieri a Trieste: «Uno show senza fine per dare ancora coraggio»

Il celebre attore e cantante napoletano mercoledì 21 luglio è al Castello di San Giusto con il suo spettacolo “Sogno e son desto” per la rassegna rassegna “Hot in the City”

TRIESTE. «Ho ricordi indelebili perché ho vissuto a Trieste almeno venti giorni nel 2006 per aver lavorato al Teatro Verdi alla regia con l’opera “La Traviata”, con la direzione di Daniel Oren. E poi tante altre volte sono stato in questa splendida città sin dagli anni ‘70 con i miei spettacoli. Trieste è molto accogliente e mi ha sempre dimostrato un grande affetto».

Massimo Ranieri torna in città con “Sogno e Son Desto”, lo spettacolo dal titolo giocoso e provocatorio dedicato agli ultimi e ai sognatori. Dopo un tour trionfante negli Stati Uniti e in Canada e cinquecento straordinarie repliche in Italia, continua ad andare in scena e fa tappa al Castello di San Giusto mercoledì 21 luglio alle 21, primo appuntamento della rassegna “Hot in the City” di Good Vibrations Entertainment all’interno del cartellone di Trieste Estate (biglietti ancora disponibili). Il popolarissimo “cantattore”, come ama definirsi, un talento caleidoscopico esercitato con la scrupolosa professionalità dei maestri d’altri tempi, ha compiuto da poco 70 anni. È nato infatti il 3 maggio 1951 a Napoli come Giovanni Calone, quinto di otto figli. A soli 13 anni debutta con lo pseudonimo di Gianni Rock, prenderà il nome d’arte Massimo Ranieri nel 1968, anno della prima partecipazione a Sanremo (in coppia con i Giganti); parallelamente esordisce sul grande schermo: da lì in poi non smetterà di dividersi tra musica, cinema, teatro, tv.

Il recital “Sogno e Son Desto” (che ha dato il titolo anche all’omonimo varietà in onda su Rai1), scritto e ideato con Gualtiero Peirce, con interpretazioni cult, canzoni intramontabili, sketch divertenti e racconti inediti racchiusi in uno spettacolo leggero e sofisticato, vede Ranieri nel triplice ruolo di cantante, attore e narratore. Tra musica, monologhi, colpi di teatro umoristico, interpreta i successi e il meglio del suo repertorio includendo tutte le hit, da “Perdere l’amore” a “Se bruciasse la città” e “Rose Rosse”, senza perdere di vista il gustodella tradizione napoletana, gli omaggi ai grandi sognatori e ai classici del cantautorato italiano e internazionale, da Fabrizio De André a Charles Aznavour con i loro brani più celebri.

Lei che è napoletano doc, al di là di Trieste, ha qualche ricordo particolare legato a questa regione del Nord Est, il Friuli Venezia Giulia?

«L’ho quasi idealizzato. Alla fine degli anni ‘70 ero in tournée in America, facevo base a New York e andavo sempre in un ristorante dove il proprietario era friulano e tutti i giorni mi raccontava della sua regione, con un pizzico di malinconia, ed io ero affascinato di come ne parlava, spesso ci trovavamo a ricordare anche i nostri emigrati in America».

Ha portato “Sogno e Son Desto” al Rossetti nel 2017 e l’estate scorsa al Castello di Udine. Ci sono novità nello show?

«La struttura dello spettacolo è sempre la stessa da cinque anni: macchiette, poesie, sonetti, barzellette e i grandi successi che mi hanno reso famoso. Ovviamente ci saranno anche altre canzoni tratte dal mio ultimo album (arrangiate da Gino Vannelli), in particolare brani come “Mia ragione” e poi “Per una donna”, “L’amore è un attimo”, tutte a me molto care».

Per altro “Mia ragione” fu presentata a Sanremo nel 2020, prima dello stop.

«Mi ero esibito come superospite in un memorabile duetto con Tiziano Ferro, al quale è seguita anche una versione radiofonica di “Perdere l’amore”. Sempre sul palco di Sanremo, avevo presentato l’inedito “Mia ragione”, inserito nel disco “Qui e adesso” uscito a novembre».

Chi l’accompagna dal vivo?

«L’Orchestra formata da Flavio Mazzocchi al pianoforte, Andrea Pistilli e Tony Puja alle chitarre, Pierpaolo Ranieri al basso, Marco Rovinelli alla batteria, Stefano Indino alla fisarmonica e Donato Sensini ai fiati».

Torniamo nel Friuli Venezia Giulia. È vero che incontrò Pasolini su un campo da calcio?

«Sì, in spogliatoio. Io avevo finito di giocare e mi stavo vestendo per andar via, lui si stava cambiando per iniziare una partita. Si voltò e mi disse: “Allora è vero che ci assomigliamo. Quando me lo dicevano non ci credevo”».

Come è stato poi interpretarlo, nel film “La Macchinazione” di David Grieco nel 2016?

«Me l’avevano già chiesto altri ma avevo sempre rifiutato. Conoscevo Grieco da oltre trent’anni, gli dissi che morivo dalla paura a dare vita a un personaggio così immenso. Dopo aver letto la sceneggiatura ho accettato subito, ma il giorno delle riprese mi è venuta una febbre psicosomatica che mi ha bloccato per qualche giorno. Non solo come attore, ma come persona, ho sempre voluto la verità su quello che è successo quella notte e non solo, in Italia».

Come ha vissuto questo lungo periodo in cui la pandemia ha stravolto le esistenze?

«L’ho vissuto come l’abbiamo vissuto tutti, con la stessa ansia, la stessa paura e angoscia, ma molto fiducioso nella scienza. Il tempo ci sta dando ragione, ci si deve vaccinare, io l’ho fatto, fatelo tutti. Il ritorno in palcoscenico, per noi che facciamo questo lavoro, davanti al nostro pubblico, aumenta la mia fiducia in un ritorno alla normalità. Tra caldo e viaggi lo stress sarà tanto ma fa parte del nostro mestiere, comunque sarà una grande emozione. Si ricomincia, dopo una svolta di vita tragica e drammatica che forse ci farà capire ancor di più la bellezza che la natura ci dà».

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