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Quando Ercole, Maciste e le regine cattive parlavano triestino sui set dei “peplum”

La triestina Edy Vessel (Elena) in “La guerra di Troia” (1961).

Fulvia Franco, Mario Valdemarin, Livio Lorenzon e altri furono protagonisti di una grande stagione del cinema

TRIESTE. Ci è voluta la sfida impossibile di “Godzilla vs. Kong” per risollevare gli incassi nel mondo dopo la pandemia. Ma c’è stato un tempo, negli anni ’60, in cui la moda del “crossover” era una forza del cinema italiano. A Cinecittà si sfornavano uno dopo l’altro scontri tra eroi erculei e icone horror, vendendoli con successo negli Usa e in Francia e salvando così la nostra cineindustria, messa in crisi dalla tv. Era l’età d’oro dei film mitologici, ribattezzati “peplum” dalla cinefilia francese che li amò molto, dove i nostri miti fondanti si ammantavano di epopee straordinarie tra pettorali guizzanti, sexy-regine crudeli, massi di polistirolo lanciati senza sforzo e colonne doriche di cartongesso tirate giù come birilli.

Mario Valdemarin in “Ercole alla conquista di Atlantide” (1961)

Nei peplum, tuttavia, c’era anche molta Trieste: registi, attrici, attori che in buon numero nell’Italia del boom avevano tentato la fortuna a Cinecittà. A partire dal prototipo di tutti i duelli inverosimili, quel “Maciste contro il vampiro” girato 60 anni fa esatti dal triestino Giacomo Gentilomo, con esterni in Serbia di una città-set orientaleggiante. Un film visionario, picaresco e ricco di originali spunti fantastici, come il tema mitteleuropeo del doppio nel combattimento finale dei due Maciste, che sembrano davvero due. Gentilomo, che contaminò il peplum anche con la fantascienza in “Maciste e la regina di Samar”, fu uno dei maggiori registi del filone insieme a Vittorio Cottafavi, Sergio Corbucci e Mario Bava.

Il triestino Livio Lorenzon ne “Il figlio di Cleopatra

“Maciste contro il vampiro” fu il primo superscontro fantastico perché anticipò di un soffio un peplum di Bava che avrebbe dovuto chiamarsi allo stesso modo, avendo nel cast come cattivo il vampiro per antonomasia Christopher Lee, e che alla fine si intitolò “Ercole al centro della terra”.

A destra, la polesana Susy Andersen ne “Le gladiatrici” (1963)

Era stato proprio il romano Bava, poi divenuto il padre dell’horror all’italiana (“La maschera del demonio”), a determinare con la sua vena fantastica il successo mondiale dei peplum nostrani. Era il 1958 quando un filmetto senza pretese, “Le fatiche di Ercole” di Pietro Francisci con Steve Reeves, incassò inaspettatamente 900 milioni, sfondando subito pure negli Usa. La prima novità di questo Ercole fu di non essere interpretato dai soliti lottatori, che erano gran panzoni, ma da una nuova generazione di culturisti anglosassoni, scolpiti e vitaminizzati, dal capostipite Reeves ai successori Gordon Scott, Mark Forrest e Reg Park, primo mito di Arnold Schwarzenegger. Ma la vera qualità artistica de “Le fatiche di Ercole” non stava tanto nella regia di Francisci, quanto nella fantasia di Bava, che da direttore della fotografia inventava ogni tipo di effetti speciali, giochi di luce stupefacenti e colori pop, rendendo credibili piccoli modellini come immensi templi o navi nella tempesta, immergendo il film in un’aura di prodigio costante. Erano i primi “fantasy” moderni, che orientarono tutto il filone verso una qualità visiva speciale.

Naturalmente “Le fatiche di Ercole” fu subito seguito da un “Ercole e la regina di Lidia”, sempre di Francisci e Bava, che astutamente segnalava nel titolo la presenza del femminile, incarnato come nel precedente dalla croata Sylva Koscina. Ma qui subito compare anche la più celebre bellezza triestina, la statuaria Fulvia Franco nel ruolo di Anticlea. Da quel momento le giovani star giuliane, sempre eleganti e, a parte la Franco, inevitabilmente bionde, appaiono come regine o aristocratiche nei film mitologici che dominano gli schermi fino alla metà dagli anni ’60. La tunica dona molto a Loredana Nusciak in “Sette a Tebe” e a Federica Ranchi in “Maciste nella valle dei Re”, mentre Edy Vessel è Elena, la più bella di tutte, ne “La guerra di Troia”.

E nella tradizione dei forzuti triestini anche cinematografici (Raicevich, Mitri, Benvenuti), i peplum accolgono i nostri più aitanti attori giovani come Marino Masè (“Il ratto delle sabine”), Gianni Garko (“Maciste, l’uomo più forte del mondo”) e Mario Valdemarin (“Ercole alla conquista di Atlantide”), mentre Livio Lorenzon si distingue come principale caratterista non tanto per la forza, quanto per la crudeltà. Col suo cranio pelato e il suo ghigno satanico terrorizza i rivali da Roma a Babilonia in una quindicina di titoli, tra i più esagerati in quanto a supereroi in lizza (“Ercole, Sansone, Maciste e Ursus gli invincibili”).

Non mancarono poi anche i mitologici girati nei dintorni di Trieste, in particolare quelli a vocazione sotterranea, come “Le gladiatrici” e “Taur, il re della forza bruta”, girati contemporaneamente nel ’63 da Antonio Leonviola con molte scene nelle grotte di Postumia, protagonista la polesana Susy Andersen (Maria Antonietta Golgi).

Il peplum - forse l’ultimo grande genere ingenuamente “popolare” prima di una nuova, più smaliziata sensibilità moderna – fu soppiantato dopo qualche anno nelle sale dal western all’italiana.

E tra i protagonisti di questo passaggio di testimone ci fu l’altro grande regista triestino, Franco Giraldi, all’epoca apprezzato assistente. Nel 1959, sul set de “Gli ultimi giorni di Pompei”, c’erano Sergio Leone alla sua prima regia, e poi Sergio Corbucci, Duccio Tessari, Enzo Barboni e proprio Franco Giraldi. Come ricordò Corbucci, tutti loro dieci anni dopo avrebbero diretto gli spaghetti western di maggiore successo. Perché tutto è destinato a finire, ma nel cinema tutto ricomincia.

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