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Il beato don Bonifacio, prete scomodo giustiziato dall’ideologia

L’11 settembre ricorrono i settantacinque anni dalla sparizione del religioso nato a Pirano e beatificato il 4 ottobre 2008 nella Cattedrale di San Giusto dove era stato ordinato

TRIESTE. “Fu un vero prete. Nato solo per fare il prete. E basta. Ideale che lo assorbì interamente. Nella sua mentalità non c’era posto per le ideologie politiche. Aveva un solo credo: il Vangelo. Una sola ragione di vivere: amare gli altri, non se stesso. Un solo fine: portare le anime a Dio”.

L’immagine incisiva che ci viene offerta dal giornalista Ranieri Ponis nel suo libro “In odium fidei” è quella di don Francesco Bonifacio, di cui ricorreranno l’11 settembre prossimo settantacinque anni dalla scomparsa.

La vocazione di don Bonifacio è precocissima. Nato a Pirano il 7 settembre 1912, secondogenito di sette tra fratelli e sorelle, di famiglia umile e molto religiosa, fin da bambino partecipa con gioia alle funzioni. La chiesa di San Francesco è il centro della sua vita religiosa. Qui viene preparato ai sacramenti ed è chierichetto assiduo ed esemplare. Frequenta l’oratorio dei salesiani e il circolo San Giorgio, prima come aspirante e poi come effettivo dell’Azione cattolica. Entra in seminario a Capodistria nel 1924: la sua vita è caratterizzata da obbedienza ai superiori, rispetto, ma anche riservatezza con i condiscepoli, disponibilità ad aiutare tutti, apertura all’amicizia. Frequenta poi il seminario teologico di Gorizia. Viene ordinato sacerdote nella Cattedrale di San Giusto il 27 dicembre 1936. Il primo breve incarico lo svolge nella stessa Pirano, poi sarà vicario parrocchiale a Cittanova e quindi, nel 1939, curato a Villa Gardossi (Crassiza).

Il termine “scomparsa” e non “morte” non è stato scelto a caso. Perché il giovane prete, aveva 34 anni, effettivamente sparisce nel 1946 sulla strada di Rodani mentre sta rientrando a Crassiza.

Ma per capire meglio di che cosa parliamo, facciamo un passo indietro: nel 1946 l’Istria è nelle mani degli jugoslavi, salvo l’enclave di Pola. I Poteri Popolari esasperano la propaganda anti-religiosa: “Giù i crocefissi dalle pareti delle aule scolastiche e dei tribunali. Via i preti dalle canoniche. Chiusi i conventi. Ammutolite le campane – scrive Ponis, che all’epoca viveva ancora a Capodistria, e sarà poi costretto all’esodo – niente feste, processioni, raduni”.

Nonostante i divieti e gli avvertimenti, don Bonifacio continua la sua missione pastorale rivolta ai giovani, in particolare dell’Azione Cattolica, un suo vero pallino, agli anziani e ai malati, nelle piccole frazioni o nei casolari sparsi sulle verdi colline tra Buie e Grisignana, nella sua vasta curazia che conta 1300 anime. Pensa ai poveri prima ancora che a se stesso e ai famigliari che ha con sè, madre, una sorella e un fratello.

Non si nasconde, non ha paura. Già nel ’44 aveva scritto sul suo diario: “Prepararci al martirio se sarà necessario”. L’Istria è nella bufera: dopo il crollo dell’Italia, è percorsa da tedeschi, bande repubblichine e partigiani.

Don Bonifacio si prodiga per soccorrere tutti, per impedire esecuzioni sommarie, per difendere persone e cose. A combattimenti cessati comincia la persecuzione religiosa, che culminerà con l’aggressione a Capodistria del vescovo Santin e l’uccisione a Lanischie di don Miro Bulešić nel 1947.

Il servizio pastorale di don Bonifacio viene fortemente limitato, ma lui non desiste. È un prete scomodo e perciò deve essere eliminato.

Ecco la testimonianza del fratello Giovanni, detto Nino, sulla sua fine. “Era il pomeriggio dell’11 settembre 1946, don Francesco come sempre ci salutò. Ci disse che andava nel villaggio di Peroi, per ordinare la legna per l’inverno e che sarebbe andato a Grisignana a salutare il suo confratello don Giuseppe Rocco dal quale, come venimmo a sapere in seguito, si sarebbe anche confessato. Don Rocco accompagnò don Francesco lungo la strada del ritorno, fino al cimitero di San Vito. Qui si salutarono e mio fratello proseguì da solo. Dopo pochi minuti di cammino, in vista del campanile-torre della sua chiesa di Villa Gardossi lo fermarono due miliziani del presidio di Grisignana, molto conosciuti per il loro odio contro i preti e la Chiesa. Appena gli chiesero i documenti, dalla vicina vigna (siamo in settembre), si avvicinarono a loro due contadini dicendo che questo è il loro prete. Li cacciarono via in malo modo, minacciandoli di non raccontare nulla. Poi con mio fratello sparirono nel bosco. Dopo qualche ora, nel paese il sacrestano suonò la campana e così la triste notizia si diffuse nei dodici villaggi di Villa Gardossi”.

Giovanni e qualche amico cominciano le ricerche nei boschi e si recano nella caserma della Guardia Popolare di Grisignana. Nino va anche al comando territoriale di Buie dell’Ozna, dove lo arrestano, per rilasciarlo qualche giorno dopo, dicendo che sarebbero andati a cercare il fratello a Trieste, dove sarebbe stato portato dai fascisti. Nel frattempo vengono minacciati i testimoni oculari perché sulla vicenda calasse il silenzio.

Sempre Nino racconta che poco prima che don Francesco fosse fatto sparire, un esponente del Comitato del partito gli aveva suggerito di avvertire il fratello di scappare a Trieste, perchè i suoi capi, assieme a quelli della polizia segreta, lo avrebbero tolto di mezzo.

“Subito io avvisai mio fratello – racconta Nino - e lui mi rispose che via non sarebbe andato perchè lui non aveva fatto del male a nessuno. Alcuni giorni dopo si recò a Trieste dal vescovo Santin, dicendogli che era stato minacciato e chiedendo che cosa avrebbe dovuto fare. Il Vescovo rispose: «Che se ci fosse stato lui al suo posto sarebbe rimasto a casa per difendere le sue pecorelle». E così fece.

Il 28 luglio 2008 Papa Benedetto XVI concesse che il rito di beatificazione di don Bonifacio si celebrasse il 4 ottobre nella Cattedrale di San Giusto. La memoria liturgica del Beato viene celebrata ogni anno l’11 settembre, giorno del suo martirio dalla Curia vescovile insieme ad altre manifestazioni in sua memoria.

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