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L’Impero asburgico visto dagli Usa: “Sconfitto dalla fame e non dai nazionalismi”

In libreria un saggio dello storico americano Pieter M. Judson, edito da Keller in cui lo studioso rilegge la parabola dell’Austria-Ungheria nel contesto europeo

TRIESTE. Da una parte l’Austria Felix (copyright di Joseph Roth e Carolus Cergoly): unione di popoli, lingue, religioni diverse, sotto lo sguardo rassicurante del vecchio imperatore, moltiplicato da mille ritratti in ogni angolo del vasto impero; dall’altra l’Austria “prigione di popoli” (copyright di Tomáš G. Masaryk e Guglielmo Oberdan) dominata dall’assolutismo asburgico e dalla casta aristocratico-militare, espressione della minoranza tedesca della popolazione (il 23 per cento secondo il censimento del 1910). Tutte immagini stereotipate: Pieter M. Judson storico americano nato in Olanda, a Utrecht, nel suo “L’impero asburgico. Una nuova storia” (Keller, 720 pagine, 30 euro) invita a cambiare prospettiva e a valutare diversamente sia la politica degli Asburgo, sia i nazionalismi.

Judson è professore di Storia dell’Ottocento e del Novecento all’European University Institute, è considerato uno dei migliori esperti di Storia dell’Impero asburgico a livello internazionale, e la sua proposta ricorda quella di Aaron Wess Mitchell, ex diplomatico americano, che ne “La grande strategia dell’impero asburgico” edito un paio d’anni fa dalla goriziana Leg, si chiede che cosa può imparare l’America dall’impero giallonero perché “la storia degli Asburgo, che hanno saputo affrontare cambiamenti epocali, costituisce un utile strumento per affrontare il presente, visto che il loro impero è durato oltre cinque secoli”. E colpisce il fatto che la stessa domanda sottende alla poderosa opera di Judson (dieci anni di lavoro) che guarda all’esperienza asburgica in funzione delle istituzioni comunitarie, anche per “fronteggiare il pericolo della corrosiva influenza dei nazionalismi oggi sull’Unione Europea”.

Judson comincia smantellando tutta una serie di luoghi comuni che, a suo parere, inficiano l’immagine dell’impero, con un’analisi approfondita negli archivi tedeschi, austriaci, inglesi, polacchi, cechi, yddish, tutte lingue che Judson “legge”. Ancora due note per conoscerlo meglio: è professore di storia, ha insegnato allo Swarthmore College in Pennsylvania, vicino a Filadelfia, attualmente è professore di storia del XIX e XX secolo all'Istituto universitario europeo di Firenze.

Da questa sua analisi emerge un “impero accidentale”, felice questa sua definizione di uno stato costituito da un miscuglio di popoli, lingue, religioni, culture che la piccola dinastia svizzera degli Asburgo (guardate in proposito la significativa foto del castello avito a pagina 40), muovendosi da ovest verso est, ha continuato a inghiottire nei secoli: guardate la cartina a pagina 47 e vedete che dal confine svizzero gli Asburgo hanno conquistato le regioni austriache a partire dal Voralberg, e poi Boemia, Moravia e Slovacchia e più in su la Slesia e più in giù il Lombardo-Veneto e Litorale, Istria e Dalmazia. E ancora Ungheria, parte della Romania, Slovenia, Croazia, parte della Serbia e, infine, la Bosnia Erzegovina.

Un puzzle etnico da far tremare i polsi, che l’Impero è riuscito a far convivere e prosperare con intelligenti riforme a partire da Maria Teresa a Francesco Giuseppe, al quale si deve il suffragio universale maschile, ma anche qualche passo indietro. Riforme che vennero attuate, secondo l’autore, nel rispetto delle culture e delle autonomie locali, anche se Giuseppe II tentò una centralizzazione del potere imperiale e l’imposizione del tedesco come lingua di stato. Ma non andò bene, in compenso a lui e a sua madre, si debbono la liberazione dei contadini dalla servitù della gleba, una massiccia alfabetizzazione dei popoli dell’impero, e lo sviluppo delle scienze: meteorologia, sismografia, antropologia furono favorite. E ancora: una riforma penale con l’abolizione della tortura, una riforma fiscale che non guardava in faccia nessuno, l’esproprio dei beni ecclesiastici, la creazione di infrastrutture (vedi il porto di Trieste) e altre normative economiche che portarono alla crescita dell’Impero.

Certo il processo non fu né semplice, né facile, né continuativo perché veniva a intaccare privilegi antichi a sovvertire equilibri sociali consolidati ma dette una sferzata all’Impero elevando le classi subalterne, che nello stato vedevano il fautore dei loro diritti. Così si spiega l’attaccamento dei “nostri popoli” all’Imperatore. Lo stato asburgico – sottolinea Judson – non era quindi un “anacronismo”. Anche perché era riuscito ad affrontare il ciclone francese e ad uscirne vincitore, com’era riuscito ad imporsi in altre crisi (Prussia in primis, l’eterno nemico) con una politica di alleanze variabili e con i matrimoni (“Bella gerant alii tu Felix Austria nube”), come ricorda il citato Wess Mitchell.

E i nazionalismi? Dopo il fatale ’48, “primavera dei popoli”, si sviluppano in tutto l’Impero, ma secondo Judson sono sopravvalutati. E cita lo storico ungherese Istvàn Deàk scrivendo che “non c’erano nazionalità dominanti nella Monarchia austro-ungarica”.

Affermazione questa che lascia perplessi. Judson considera i nazionalismi espressione delle borghesie cittadine e dei nobili locali che se ne servono per mantenere potere e privilegi, e come strumento di lotta con le altre etnie con cui condividevano il territorio.

Ma i nazionalismi non faranno collassare l’Impero. Saranno gli errori della classe dirigente austriaca a minarne le basi.

Sarà la guerra a mettere a nudo l’incapacità, soprattutto della casta militare che detiene il potere in periodo bellico (e che ha voluto la guerra, vedi “I sonnambuli” di Christopher Clark, Laterza). Errori non tanto sul piano bellico, basti pensare che quando l’Impero si arrende non ha nemici sui propri territori, anzi occupa territori stranieri. L’errore più grave riguarda gli approvvigionamenti: l’Impero crolla, ma per fame.

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