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Giombi, basso baritono: «Kleiber mi regalò il palco del Metropolitan per i miei 50 anni»

Lunedì l’artista al Museo teatrale Schmidl di Trieste presenta l’autobiografia “La mia strada nel bosco” con Bianchi e Gori

TRIESTE Probabilmente non ha saputo vendersi bene, come oggi va di moda dire (e fare). Perché la storia del basso-baritono Claudio Giombi davvero non lascia indifferenti. Ha collaborato con tanti tra i più grandi direttori del Novecento, si è esibito nei principali teatri d’Italia e del mondo, ha cantato con Pavarotti, Domingo e con altri giganti, è stato diretto da registi illuminati. Eppure, almeno a sentire lui, vive ai margini della sua città, Trieste. Si divide tra il suo eremo di Muggia e Casa Verdi, a Milano (la casa di riposo fondata dal cigno di Busseto per artisti oltre i 65 anni). La vita non lo annoia: l’affetto di figli e nipoti, le partite a burraco, la partecipazione al documentario “Viva Verdi” girato da una troupe di Hollywood e, ora, la sua autobiografia: “La mia strada nel bosco” (Le lettere scarlatte, pagg. 278, euro 15), che domani, al Civico museo teatrale Carlo Schmidl, alle 17.30, sarà al centro di un incontro inserito nel cartellone dei “Lunedì dello Schmidl”. Con l’autore converseranno il conservatore del Museo, Stefano Bianchi, e il critico musicale Gianni Gori.

Giombi, quando nasce l’idea del libro?

«Erano ormai molti anni che mi dilettavo a scrivere impressioni e ricordi, ma mai con l’intenzione di farne un libro. Mi sono deciso soltanto l’anno scorso, in casa Verdi, con il Covid che mi ha obbligato a star chiuso nella mia camera. Per l’occasione, ho aggiunto nuovi racconti, componendo poi molte poesie che mi danno modo di usare la musicalità dei miei versi».

Come si vive a Muggia?

«Direi piuttosto bene. Sono a contatto con la natura, che mi rinfranca parecchio, facendomi vedere con occhi più sereni l’ultima stagione della vita».

E da Trieste si sente amato?

«Mi sento molto trascurato, ma non mi meraviglio: il mio è lo stesso stato d’animo che hanno provato artisti certo più importanti di me. Mi viene alla mente Anita Pittoni, morta in esilio a San Giovanni, ma anche Giorgio Strehler, che è diventato grande andando a Milano e incontrando Paolo Grassi a una fermata dell’autobus. Proprio Anita Pittoni, da una parte mi invitava a scrivere con il cuore, dall’altra mi avvisava che a Trieste, sempre ingenerosa verso i propri figli, non sarei mai stato compreso. Muggia, poi, mi ignora completamente. Per fortuna c’è il Piccolo, che mi ricorda ancora, ma se penso a quanto avrei potuto trasmettere ai giovani per amare il mondo dell’opera come l’ho amato io, fin da bambino, l’amarezza è proprio grande».

Il problema è sempre quello: i ragazzi al teatro preferiscono altro…

«Gli approcci sono sbagliati. Per quanto riguarda la lirica, si pensa che le nuove generazioni capiscano l’opera ascoltando la musica, mentre occorre iniziare con il soggetto, la trama. Io sono sempre stato un caratterista. Come è scritto nelle prime pagine, sono partito dalla prosa per arrivare alla lirica, mentre molti miei illustri colleghi partono dalla lirica, spesso trascurando la prosa: il risultato è che oggi in molti non sanno stare sul palcoscenico. Anche perché i registi non insegnano più nulla: a loro volta, non sanno cos’è la recitazione. Tra i miei maestri, allora, non posso non ricordare proprio Strehler, ma pure Eduardo De Filippo. Che però, a differenza di Giorgio, non ha mai dovuto lottare per emergere nella propria città».

Che rapporto ha con le istituzioni musicali cittadine?

«Il Verdi da vent’anni a questa parte non si è mai fatto vivo. E sì che avrei molto da dire, qualcosa da proporre: opere ignorate, che sarebbero molto interessanti».

Un esempio?

«“Crispino e la comare” dei fratelli Ricci. Tanti direttori artistici, del resto, certi titoli d’opera non li prendono in considerazione. Ecco perché sono contento di presentare il mio libro al Museo Schmidl, dove, fin da ragazzo, andavo alla ricerca di opere sconosciute che poi ho raccontato in programmi radiofonici. Ricordo in particolare un ciclo di trasmissioni che ho fatto per Radio Trieste: si chiamava “Una voce poco fa” e metteva in evidenza i possibili usi della voce, dal canto al teatro. Però, ero sempre io a offrirmi. Trieste non mi ha mai cercato».

Con la riapertura dei teatri, andrà a seguire qualcosa, da spettatore?

«Mi sono stancato di vedere sempre gli stessi titoli. Mi innervosisco, specie per colpa delle regie moderne, dissacratrici. Che invece di avvicinarci all’opera, ci allontanano. Non vado più nemmeno alla Scala. E anche quando guardo qualche opera in Tv finisco per arrabbiarmi, sempre per gli stessi motivi».

Tra i direttori, ha lavorato con Karajan, Carlos Kleiber, Abbado, Muti, Prêtre, Gavazzeni, e con tanti altri. Chi ricorda per primo?

«L’affetto più grande è per Kleiber. Ci si capiva perfettamente. E poi è stato lui a invitarmi al Metropolitan. Gli avevo raccontato, dopo una cena alla Scala, che cantare in quel teatro era il mio sogno: mio padre viveva a New York, ma mi aveva lasciato quando ero un ragazzo e io, allora, volevo cantare per lui. “Mai dire mai” mi disse Kleiber. Che, per i miei 50 anni, mi fece debuttare al Met! Come avrei potuto ricevere un regalo più bello?».

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